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Stop al finanziamento pubblico ai partiti, ma non c'è la legge sulle lobby

Fabrizio Arnhold
Il premier Enrico Letta. REUTERS/Kacper Pempel

Il governo fa un passo in avanti verso l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti, ma rimane arenata al Senato la legge sulle lobby. Un intreccio che potrebbe diventare pericoloso se le due questioni non dovessero procedere su binari paralleli. L’esecutivo approva un decreto legge identico a quello votato dalla Camera lo scorso 16 ottobre. Dal 2017 i partiti non riceveranno più denaro dallo Stato, ma solo dai privati. Ecco perché regolamentare le lobby e le loro attività in Parlamento diventa una necessità per evitare che la corruzione dilaghi.

Ricapitoliamo i principali punti contenuti nel testo approvato tre mesi fa a Montecitorio con il solo voto contrario dei grillini perché questa norma avrebbe messo i partiti nelle mani “delle lobby dei gruppi industriali”. I rimborsi delle spese elettorali si ridurranno in maniera graduale, del 25 per cento ogni anno, fino al 2017. Si innalza dal 26 al 37 per cento la detrazione per le erogazioni liberali fino a 20mila euro e, qui la grande novità, si consente al contribuente di destinare a un partito il 2 per mille della propria imposta. Sono previsti anche dei tetti alle erogazioni di privati e società. Sempre dal 2017 il limite alle donazioni diventa a regime e si attesterà sui 300mila euro per le persone fisiche e 200mila euro per quelle giuridiche, ossia le società. E per chi non rispetta i limiti, scatta la multa. Le forze politiche che ricevono donazioni, da privati o società, oltre i tetti fissati saranno costrette a pagare il doppio delle erogazioni ricevute in eccesso, chi non salderà la sanzione sarà escluso dal meccanismo del 2 per mille per tre anni.

Chi può beneficare dei contributi? Le forze politiche iscritte nel registro dei partiti e che abbiano eletto almeno un candidato sotto il loro simbolo nell’ultima tornata elettorale per le politiche, europee o elezioni regionali o che abbiano presentato nella medesima consultazione candidati in almeno tre circoscrizioni per il rinnovo di Camera o Senato. Con un occhio di riguardo anche per le quote rosa. Nel ddl i partiti che non metteranno almeno il 40 per cento delle donne in lista, andranno incontro a decurtazioni dal meccanismo di finanziamento ottenuto con il 2 per mille. Su Twitter il premier Enrico Letta ha scritto: “Avevo promesso ad aprile abolizione finanziamento pubblico entro l’anno, l’ho confermato, ora in Consiglio dei ministri manteniamo la promessa”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il ministro per le Riforme: “E una è andata: abolito finanziamento pubblico dei partiti!”. Spalleggiato da Angelino Alfano che ribadisce: “Impegno mantenuto!”. La voce contro è quella di Beppe Grillo che definisce il decreto l’ennesima “presa per i fondelli”.

In questo contesto, considerazioni politiche a parte, nel momento in cui verranno meno i rimborsi pubblici ai partiti, manca una parte importante nell’ordinamento: la legge sulle lobby. L’idea di mettere mano ai gruppi di pressione risale al governo Monti ma il testo si è arenato – chissà per quale motivo – nei meandri di Palazzo Madama. La legge istituiva un elenco ufficiale dei lobbisti e chi poteva fare parte di un gruppo di pressione; voleva regolare i rapporti tra lobby e amministrazioni pubbliche, garantiva trasparenza dei contatti tramite il web. Era previsto, addirittura, un codice di comportamento, con sanzioni per chi accettava regali oltre i 150 euro. Insomma, il testo si può anche migliorare, ma la base è pronta quantomeno per regolamentare un settore che in Italia non è controllato da nessuno, mentre nel resto d’Europa rispetta severe regole.