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Vertice Putin-Biden, allentare la tensione è interesse di entrambi

·4 minuto per la lettura
GENEVA, SWITZERLAND - JUNE 16: U.S. President Joe Biden (R) and Russian President Vladimir Putin meet during the U.S.-Russia summit at Villa La Grange on June 16, 2021 in Geneva, Switzerland. Biden is meeting his Russian counterpart, Putin, for the first time as president in Geneva, Switzerland. (Photo by Peter Klaunzer - Pool/Keystone via Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)
GENEVA, SWITZERLAND - JUNE 16: U.S. President Joe Biden (R) and Russian President Vladimir Putin meet during the U.S.-Russia summit at Villa La Grange on June 16, 2021 in Geneva, Switzerland. Biden is meeting his Russian counterpart, Putin, for the first time as president in Geneva, Switzerland. (Photo by Peter Klaunzer - Pool/Keystone via Getty Images) (Photo: Pool via Getty Images)

Che intenzioni ha la Russia? Come un tempo, la linea del Cremlino sembra un enigma custodito in un mistero avvolto in un segreto, nel dubbio si naviga a vista. Sette anni dopo lo scoppio della crisi ucraina e l’annessione della Crimea, sanzionata dall’Occidente anche con l’esclusione della Russia dal G7, una impressionante mobilitazione di truppe russe al confine con l’Ucraina alimenta la preoccupazione per una prossima invasione di Mosca nell’ex satellite. Non si esclude una robusta iniziativa militare in appoggio ai separatisti del Donbass, e forse persino con l’obiettivo di puntare su Kiev per insediarvi un nuovo governo accondiscendente alle pretese russe.

I portavoce di Putin rassicurano sull’inesistenza di propositi bellici, la concentrazione di truppe al confine russo-ucraino sarebbe un fatto interno privo di intenti minacciosi, ma gli affidamenti pubblici vanno presi con beneficio d’inventario. Washington, che annovera l’invasione russa tra gli scenari possibili, ha già lanciato qualche avvertimento fermo. L’Europa, ancora scossa dalla brutalità dell’offensiva di Lukashenko sulla pelle dei migranti dietro cui si intravede l’ombra di Mosca, cerca di gestire le abituali divisioni interne (in questo caso, che abisso tra Polonia e Ungheria) e valuta lentamente le opzioni disponibili.

A sollevare un po’ lo sguardo, l’assertività russa non appare certo un episodio circoscritto. L’obiettivo di ricostituire oggi la grandezza svanita trenta anni fa e di superare il trauma della patria perduta ha già spinto la Russia a un nuovo, disinvolto protagonismo sotto gli occhi tutti in Siria, in Libia, nei Balcani, in Europa stessa. L’Ucraina non è una partita isolata, però è la più vicina e la più rischiosa, anche per le connessioni di storia, lingua e cultura. Pesano le quattordicimila vittime del conflitto a bassa intensità che si trascina da sette anni e lo stallo di ogni progresso sulla base degli accordi di Minsk. Sinora le intese restano sulla carta, perché Kiev non vuole parlare di autonomia delle regioni orientali prima del ritiro delle forze russe presenti lì. E queste ultime non vogliono togliere le tende, e i loro protetti locali ancor meno disarmare, prima di ottenere concessioni consistenti. Il circolo vizioso potrebbe congelare una specie di equilibrio precario, ma i rischi non sono da sottovalutare.

Stasera l’Ucraina sarà al centro dell’incontro in video tra Biden e Putin. È bene che si parlino e verifichino i margini di azione per allentare la tensione, il che dovrebbe essere nell’interesse di entrambi. È difficile credere che gli Stati Uniti siano tentati dal tirare troppo la corda, come anche che la Russia possa imbarcarsi a cuor leggero in un’avventura militare con conseguenze imprevedibili e comunque gravissime. Sarà un confronto duro e non risolutivo, ma non per questo superfluo se i due riusciranno a definire almeno una cornice in cui proseguire il dialogo e far maturare qualche misura di fiducia (confidence building). Sarà necessaria pazienza e gradualità per scongiurare la trappola dell’escalation e lo scoppio magari accidentale di uno scontro armato di proporzioni più che allarmanti. E resta essenziale il coordinamento tra alleati, mancato in Afghanistan e per Aukus.

In ogni caso se la Russia continua a considerare l’Ucraina un’area di sua pertinenza esclusiva e se il massiccio dispiegamento di forze militari al confine non sarà ridimensionato, la strada per un superamento della tensione sarà più ardua. La Nato non ha mire offensive e l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica non è al primo punto dell’ordine del giorno a Bruxelles. Il problema, convengono in molti, è che escludere proprio ora quella ipotesi per tranquillizzare la Russia significherebbe piegarsi alla pressione di Mosca e dare un segnale erroneo e pericoloso di arrendevolezza occidentale, mentre in Crimea e Donbass manca qualsiasi spiraglio: in futuro basterà una mobilitazione di truppe russe per dettare l’agenda e gli impegni di americani e europei? Anche per questo la diplomazia è chiamata a uno sforzo di immaginazione.

D’altra parte, è utile ricordare le difficoltà del 2014 sull’accordo Ue-Ucraina allorché emersero in pieno i sospetti e la forte contrarietà di Mosca, non informata sulla portata del negoziato. Né si potrà ignorare l’ipersensibilità russa, anche se strumentale e oltremodo interessata, circa l’influenza occidentale ai confini della Federazione, soprattutto in Ucraina. Per questo, con tutte la cautele imposte dalla pressione oggettivamente minacciosa di Mosca, in prospettiva potrà servire anche ripensare all’idea di Henry Kissinger di assicurare all’Ucraina, con le dovute garanzie, uno status di Paese neutrale, di fatto con una funzione di ponte tra Est e Ovest. Se poi Biden e Putin dovessero estrarre dal cilindro soluzioni più valide, i primi a tirare un respiro di sollievo sarebbero gli europei.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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