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Cervelli in fuga: i ricercatori olandesi pagati 5 volte più degli italiani

Cervelli in fuga: i ricercatori olandesi pagati 5 volte più degli italiani

La ricerca, il settore strategico sul quale scommettere, è per l’attuale Governo l’ultimo dei problemi a cui pensare. Succede in Italia, perché altrove, per non dire quasi ovunque, si è capito che il Vecchio Continente è un animale morente. L’industria è altrove, delocalizzata, competitiva, irraggiungibile anche solo dal punto di vista demografico.

Quindi l’Europa la soluzione ce l’avrebbe: diventare il “software” del mercato globale, perché l’“hardware” si è spostato altrove. Non perché ciò sia giusto, ma perché la globalizzazione ha creato questi equilibri irreversibili.

Per rimanere vitale e competitiva l’Europa dovrebbe puntare su ricerca e innovazione, sulla tutela dei servizi e del Welfare che i Brics si sognano. Diventare il modello di una nuova economia e, se possibile, di una inedita confederazione internazionale in cui le peculiarità diventino ricchezza e non zavorra.
La ricerca naturalmente è la scintilla in cui questo New Deal dovrebbe nascere. Ma lo “spread” nell’affrontare la questione è ampio tanto quanto quello misurato dalle agenzie di rating.

I cervelli fuggono dall’Italia e poi non ritornano più. Perché il Paese è in stand by, congelato dai dibattiti sull’Imu e sulla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. Prendiamo l’Olanda, tanto per rimanere nell’Unione Europea. Lo stipendio di un ricercatore di Amsterdam è cinque volte superiore a quello di un suo omologo romano  milanese. Se non si ragiona in termini assoluti, ma relativamente al “valore di mercato” allora i ricercatori della Corea del Sud valgono sei volte e mezzo più degli italiani.

Elena Cattaneo, apprezzata neurobiologa, da poco nominata senatrice a vita, ha raccontato di come, da ricercatrice, guadagnasse 3.300 euro, poco più di un quarto di quanto guadagna ora (12mila euro) come parlamentare. Cattaneo non si è certo lamentata, anzi, ha dichiarato come il suo salario fosse onorevole rispetto a quello dei colleghi “fermi” a 1.600-1.700 euro, ben lontano dalle cifre di cinque volte superiori (8-9.000 euro) percepite dai colleghi stranieri.

Da Stato a Stato le regole cambiano. Nei Paesi anglosassoni i salari vengono definiti da un accordo fra il singolo ricercatore e l’istituzione, mentre in Italia va fatto un serio distinguo fra chi fa ricerca all’interno dell’Università e, invece, chi lavora presso gli enti di ricerca: i primi partono, appunto, da una retribuzione lorda mensile di 1.705 euro e possono arrivare a 5.544 euro a fine carriera, i secondi guadagnano mediamente 2.400 euro m a la loro crescita professionale può culminare con retribuzioni dirigenziali nell’ordine di 7.500 euro.

Secondo uno studio di Times Higher Education che verrà reso pubblico fra alcuni giorni, è la Corea del Sud il Paese in cui i ricercatori valgono di più: 93mila dollari l’anno fra salario, benefit, premi di risultati e altri tipi di spese. L’Olanda con 73mila dollari surclassa il vicino Belgio fermo a “soli” 73mila euro annui. Nel ranking dei guadagni l’Italia è al 24° posto con 14.400 dollari netti che corrispondono a 11mila dollari, meno di cinque volte dei colleghi olandesi, la metà rispetto agli americani e il 35% rispetto ai tedeschi.

Non c’è da stupirsene e occorre tornare alla metafora usata in precedenza: se non si hanno risorse per far funzionare gli “hardware”, sarà sempre più complicato far funzionare i “software”. Bisogna stabilire un nuovo patto fra produzione (sia essa industriale, digitale, artigianale o di servizi) e ricerca e innovazione. Solo così l’Italia potrà frenare le fughe dei cervelli e costruire un futuro prossimo di crescita, svincolato dalle logiche anacronistiche che hanno portato il Vecchio Continente alla recessione degli ultimi cinque anni.

Soluzioni? Creare poli capaci di attirare i talenti della ricerca – sabato scorso, alla Festa del Pd di  Torino, Matteo Renzi l’ha proposto a gran voce – e semplificare, sburocratizzare e velocizzare i sistemi di reclutamento. E, ma è superfluo dirlo, remunerare degnamente chi riveste ruoli così importanti per la collettività.