Linkiesta

Quanto costa divorziare?

Il desiderio di cambiare vita, porre fine ad un'esperienza logora. Ma anche i tempi lunghi, i costi alti, le incertezze. Sono questi i fattori che incidono sulla scelta o meno di separarsi e divorziare. In Italia, i numeri di chi decide di separare le proprie strade è in costante aumento, secondo i dati Istat. Non si tratta di una scelta immediata: prima di arrivare al divorzio, infatti, c'è la separazione, che dura tre anni. Quella consensuale è un accordo con cui i coniugi stabiliscono le modalità di affidamento dei figli, assegni familiari e divisione dei beni e per avere validità giuridica deve essere ratificata dal giudice. La separazione giudiziale invece è un procedimento contenzioso su istanza di uno dei due coniugi, con un'istruttoria e il pronunciamento di una sentenza di separazione. Il divorzio rappresenta la fine degli effetti civili del matrimonio (sia di rito civile che religioso). Ora sono necessari tre anni di separazione prima che arrivi la sentenza di divorzio.

Nonostante i tempi lunghi per arrivare ad un divorzio, si tratta di un'esperienza sempre più comune. In parallelo va la contrazione dei matrimoni. I numeri dell'Istat parlano chiaro: se nel 2008 se ne sono celebrati 246mila, due anni sono stati poco più di 217mila. Viceversa cresce il numero di chi termina, anche formalmente, la propria esperienza coniugale: nel 2009 ci sono stati 54mila 456 divorzi e 85mila 945 separazioni. Per quanto riguarda la contrazione nel numero dei matrimoni, si tratta di una diminuzione tutto sommato uniforme da Nord a Sud. Gli italiani oltre a sposarsi sempre meno, lo fanno sempre più tardi: ormai l'età media ha raggiunto i 33 anni per gli uomini e i 30 anni per le donne. A quasi dieci anni di distanza, in media, ci si separa o si divorzia: per la separazione sono in media 45 anni per i mariti e 41 per le mogli; in caso di divorzio si sale a 47 e 43 anni.

L'età aumenta anche perché sono necessari tre anni di separazione, prima di arrivare al divorzio. Quanto ai costi, la realtà è molto diversificata. Se per i meno abbienti (con un reddito imponibile inferiore ai 10mila euro) c'è il patrocinio a spese dello Stato, per tutti gli altri i costi sono vari. Per una separazione consensuale così come un divorzio congiunto — cioè formule con un basso grado di contenzioso legale — le spese sono generalmente comprese fra i mille e i 2mila euro. Diverso è il discorso quando si entra nel "giudiziale": in questo caso per gli ex-coniugi si apre la strada del confronto legale, che può arrivare a costare — solo di avvocati — anche 10 o anche 15mila euro. Le stime elaborate dall'associazione dei consumatori Adoc parlano di tariffari che vanno dai 1300 ai 1800 euro per la separazione consensuale, che salgono fra i 2mila e 700 euro e i 3mila e 600 euro per la separazione giudiziale, dopo cui arriverà il divorzio. Per calcolare il costo di quest'ultimo passaggio, Adoc fa una stima che va dai 3mila ai 10mila euro.

E così, si fa strada una via d'uscita, perfettamente legale, ma molto più rapida di quella italiana. Si tratta dei divorzi "rapidi" in altri paesi europei. I costi sono in qualche misura più contenuti, ma i tempi molto più rapidi rispetto ai tre anni a cui sommare le pratiche per il divorzio necessarie in Italia. Si parla di pratiche che possono costare dai 2mila ai 3mila euro per la Romania, mentre per Regno Unito o Spagna le cifre si alzano fra i 5mila e i 7mila. Esistono anche realtà online che offrono questo tipo di servizi, con tanto di offerte speciali, tariffe di consulenza e claim come «Perchè attendere oltre 4 anni per una pratica di separazione quando è possibile espletare tutte le procedure in un massimo di 6 mesi?». Tutti fanno riferimento al Regolamento (CE) n. 2201/2003 che all'articolo 3 recita: «non è necessario alcun procedimento per l'aggiornamento delle iscrizioni nello stato civile di uno Stato membro a seguito di una decisione di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio pronunciata in un altro Stato membro», a patto che la decisione non sia più impugnabile. Meta privilegiata dei divorzi? La Romania. Secondo l'Associazione Avvocati Matrimonialisti, il numero — sempre crescente — di persone che va verso Bucarest per chiudere l'esperienza matrimoniale è circa il 30% del totale di chi va all'estero. Questo anche perché, per cancellare questo fenomeno sarebbe necessario mettere mano alla legge che regola il divorzio: il periodo di separazione è previsto infatti, oltre che da noi, solo in Polonia, Malta e Irlanda del Nord.

Ad ogni modo, tornando all'Italia, quello delle separazioni e dei divorzi è un fenomeno che causa un peggioramento di vita nelle condizioni di mogli, figli e mariti. Il 46% delle persone separate o divorziate vede infatti la propria situazione economica declinare. Un fenomeno non uniforme: oltre la metà delle donne, contro poco più del 40% degli uomini, dicono che, dopo la separazione, la loro situazione economica è diventata più difficile. Com'è ovvio che sia, sono proprio le famiglie dove ci sono figli a denunciare una situazione economica peggiore: questi casi sono la metà dei divorziati. Sono le donne separate a vivere un rischio povertà più alto rispetto agli uomini, 24% contro 15,3 per cento. E così, sopratutto se si è donne, ci si ritrova spesso con bollette non pagate, indietro con le rate del mutuo o con l'affitto: il 20% del totale, contro solo il 13,6% degli uomini.

Anche perché le separazioni con assegno corrisposto dal marito sono la quasi totalità, il 97,8 per cento, mentre quelle con assegno ai figli corrisposto dal padre il 93,2 per cento. Quasi una donna su tre denuncia di non ricevere l'assegno di mantenimento e davanti a questo rifiuto, quasi la metà intraprende la strada legale. La rottura di un'unione, infatti, vuol dire dover far fronte, oltre alle spese per il mantenimento, a quelle per la casa che raddoppiano e sopratutto alle spese legali. A rendere i procedimenti lunghi e costosi, sono anche gli avvocati, a cui alcuni imputano di mantenere alta la conflittualità. Da parte loro, i legali però si difendono: sono le norme a trascinare le situazioni in là nel tempo, causando spese e contenziosi. Servirebbero, dicono gli avvocati, norme più chiare e decisioni più uniformi da parte dei magistrati.

Tornando ai figli, gli effetti di separazioni e divorzi si sentono anche a scuola. Oltre un figlio o una figlia su cinque vede peggiorare i propri voti. Non solo, a causa del deterioramento delle condizioni economiche dei genitori una volta separati o divorziati, i figli vivono una riduzione del reddito disponibile per le attività che esulano dalle necessità, come vacanze, corsi o svago. La forte conflittualità che contraddistingue i rapporti fra gli ex-coniugi ha un altro prezzo molto alto per i figli. Oltre 25mila minori ogni anno perdono la possibilità di frequentare uno o l'altro dei propri genitori. E, ad aggravare la situazione, c'è appunto l'aspetto legale della conflittualità. Nel 2009, ad esempio, si è chiusa non consensualmente quasi una relazione coniugale su cinque. Eppure esempi molto diversi arrivano da altre nazioni europee, come la Svezia, dove le separazioni conflittuali sono solo l'un per cento del totale. Legislazioni migliori della nostra con tempi più certi portano alla riduzione di una problematica sensibile, anche perché in Svezia il divorzio esiste dal 1913 e in Italia solo dal 1970. Nel 2006 invece è arrivata una riforma sulla paritetica responsabilità dei genitori nei confronti dei figli. Ma la normativa, che dovrebbe spingere all'aumento della scelta dell'affido condiviso, non ha avuto grandi applicazioni. Anzi. Questa mancata applicazione è la testimonianza di resistenze culturali (oltre che pratiche): il genitore a cui vengono più spesso affidati i figli è quello presso cui hanno il domicilio fisso, cioè la madre.

Ad incidere sulla vita dei figli è anche il genitore con cui vanno a vivere. In quasi sei casi su dieci sono le madri, mentre un terzo va a vivere con il padre. Bassa la quota di chi è sottoposto all'affido congiunto, solo il 9% dei casi. La distanza fra i genitori separati si riflette anche nell'atteggiamento dei figli: oltre la metà di chi è stato affidato alla madre non ha dormito a casa del padre nei due anni dopo la separazione o il divorzio, mentre uno su cinque non l'ha mai neanche frequentata. Quanto al dopo matrimonio sono sempre gli uomini ad avere la meglio: un terzo di loro si ricostruisce una famiglia, un' esperienza che però si verifica solo per meno di un quarto delle donne: un divario che si amplia con il passare del tempo. A distanza di dieci anni, oltre il 40% degli uomini ha una famiglia ricostruita, numero che, nel caso delle donne, cala al 26,2 per cento.