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Centri per l’Impiego: per ogni addetto un’assunzione a trimestre

Centri per l’Impiego: per ogni addetto un’assunzione a trimestre

Un fantasma si aggira per l’Italia, quello dei Centri per l’impiego. Quelli che anni fa si chiamavano Uffici di collocamento e che contano, in tutta la Penisola, 9.865 dipendenti per i quali si spendono la bellezza di 464 milioni di euro l’anno di soli stipendi. La spesa sarebbe “sopportabile” se i Centri per l’Impiego fossero efficaci, ma un rapporto della Confartigianato, basato su dati di Unioncamere e Ministero del Lavoro, svela come siano soltanto 35.183 le occupazioni che passano attraverso il reclutamento pubblico.

Ogni nuovo posto di lavoro costa più di 13mila euro, vale a dire l’equivalente del reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle, con tanto di tredicesima. A livello teorico, i Centri per l’Impiego dovrebbero essere il punto di riferimento per 1,7 milioni di disoccupati di lungo periodo e per 642mila giovani che cercano un lavoro, ma, in Italia, l’accesso al lavoro segue altre logiche. Soltanto il 2,2% delle imprese italiane sceglie di assumere passando attraverso i Centri per l’impiego, una percentuale che rappresenta meno della metà rispetto a chi passa dalle società di lavoro interinale o su Internet (5,2%). La quota di assunti attraverso le banche dati aziendali è dodici volte superiore (24,4%), mentre le segnalazioni di conoscenti e fornitori rappresentano il canale in assoluto più utilizzato con il 63,9% del totale. Insomma, quasi due assunzioni su tre avvengono per conoscenza.

In altri paesi non è così e, infatti, l’investimento statale sui Centri per l’Impiego è superiore: in Italia la spesa pubblica per i servizi sul mercato del lavoro è meno di un decimo rispetto a Germania e Regno Unito, un ottavo rispetto alla Francia e un terzo rispetto alla Spagna.

La crisi, inoltre, non ha fatto altro che sclerotizzare l’abitudine alla raccomandazione e ai reclutamenti per vie informali. Dal 2010 a oggi la percentuale di assunzioni delle imprese attraverso i Centri per l’Impiego è passata dal 6,3 al 2,2%. Una percentuale che si assottiglia ancora di più nelle regioni del Sud Italia: 1% in Calabria, 0,8% Campania, Basilicata e Sicilia. Paradossalmente sono proprio le regioni del Sud Italia ad avere più impiegati, ben 5.093, contro i 2.099 del Centro, i 1.503 del Nord Est e i 1.336 del Nord Ovest.  È proprio nel Nord Ovest che si raggiunge il miglior livello di efficienza, se nelle altre aree l’efficienza fosse la stessa, sarebbero sufficienti 3.692 unità per gestire tutti gli utenti dei centri italiani. Si risparmierebbero 141 milioni di euro, il quintuplo dello stanziamento al fondo per l’infanzia previsto dalla legge di stabilità.

Ma c’è un altro dato che lascia sbalorditi, ovverosia il rapporto fra le 31.030 aziende che nel 2013 hanno scelto di rivolgersi ai Centri per l’Impiego e gli 8.781 dipendenti specificatamente destinati alle attività di inserimento lavorativo. Fatto un rapido calcolo, Confartigianato ha concluso che ciascun addetto segue un’azienda ogni tre mesi e dodici giorni. Un ritmo simile a quello delle assunzioni: una a trimestre per ognuno degli impiegati.

Secondo il rapporto di Confartigianato il numero dei disoccupati di lungo periodo (a casa da oltre un anno) risultava essere superiore di 911mila unità rispetto al giugno 2008, quando la crisi è esplosa.

Se i dati sulla disoccupazione risultano preoccupanti, quelli relativi all’efficienza dei Centri per l’Impiego sono, molto semplicemente, imbarazzanti. E come ha giustamente sottolineato Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato Imprese, “attribuire altri soldi per uno strumento che esce bocciato dall’esame dei dati” sarebbe un esercizio di perseveranza “diabolico”. Meglio destinare “destiniamo le risorse straordinarie disponibili dal primo gennaio 2014 ai giovani che vanno in azienda a fare tirocini o stage, anziché impiegarle per creare altri posti inutili in quegli uffici pubblici”.