La dracma rischia di uccidere l'Euro

L’incubo della fine dell’euro spaventa Eurolandia. Si tratta pur sempre di una possibilità remota, ma per la prima volta è stata messa, nero su bianco, dalla Banca Europea d’investimenti. La Bei, infatti, ha inserito una clausola per i negoziati per un finanziamento da 70 milioni di euro alla società Ppc (Public Power Corporation, colosso elettrico ellenico), che prevede l’obbligo di rinegoziare in caso di reintroduzione della dracma, come riportato dal quotidiano greco Kathimerin.

E’ giusto sottolineare che il ritorno alla moneta nazionale greca è un’ipotesi estrema e lontana. Certo. Ma è pur vero che questa forma di “tutela” da parte delle Bei crea un certo imbarazzo tra tutti Paesi membri dell’Unione europea.  Notizie che possono minare la stabilità della valuta unica – senza contare il clima di assoluta incertezza dei mercati –e che rischiano di acuire la crisi della già traballante economia ellenica. Fa un certo effetto che a inserire questa clausola sia la Banca Europea d’investimenti, la banca comunitaria creata nel 1957, il cui capitale sociale è sottoscritto da tutti gli stati membri Ue. L’istituto di credito provvede a finanziamenti (sotto forma di prestiti agevolati) per promuovere lo sviluppo dell’Unione. In buona sostanza diventa un valido aiuto economico per le economie depresse. La Bei, tra l’altro, ha già previsto un totale di 600 milioni di euro entro il 2013, precisamente 1,4 miliardi di euro entro il 2015, da erogare come aiuti per il Paese in difficoltà.

La Banca, sempre secondo quanto riportato dal giornale Kathimerin e confermato da fonti interne all’istituto, ha previsto la clausola di rinegoziazione a fronte dell’investimento a favore, come detto, della Public Power Corporation per la realizzazione di una nuova centrale a gas a Megalopoli, nel Peloponneso. Un evento, è ben precisato nelle carte, che può avvenire sia per la fuoriuscita della Grecia dall’eurozona, sia nell’ipotesi di un collasso dell’Unione Monetaria. Ed è proprio l’eventualità di un crack dell’intero sistema euro a creare un certo allarmismo. Come se non bastasse, la Bei è pronta ad introdurre lo stesso trattamento, con tanto di postille contrattuali, per tutti i Paesi sotto programma di aiuti: Portogallo e Irlanda. Con la facoltà di estenderlo a tutti i Paesi dell’Eurozona.

Niente paura, però: Bruxelles continua a rassicurare i mercati. “L’Unione Europea e la comunità Internazionale hanno preso tutte le misure necessarie affinché non ci sia pericolo che la Grecia possa lasciare l’euro o che l’Unione monetaria possa disfarsi”, è stato il commento di Amadeu Altafaj, portavoce del commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn. Anche se qualche timore questa scelta della Bei lo ha creato. “Non c’è niente di strano, si tratta di clausole normali nel mondo bancario che prevedono che i prestiti debbano essere ripagati nella moneta in cui sono stati emessi o equivalente”, ha dichiarato un portavoce dell’istituto di credito, come riportato da Linkiesta. Ma qualcosa di insolito, a dire il vero, rimane. In caso di irregolarità del rimborso, infatti, il foro competente scelto dalla Bei è quello britannico. Una particolarità, senza dubbio, come quella che riguarda i Trattati dell’Unione Europea che fissano con precisione i parametri per entrare nell’euro, ma neanche una parola su come uscirne.

Ad ogni modo, se lo Stato greco dovesse fallire e, di conseguenza, abbandonare l’euro, si verificherebbe un autentico cataclisma. “Non morirebbe nessuno se la Grecia uscisse dall’euro”, aveva detto il commissario alle Nuove tecnologie, l’olandese Neelie Kroes, in un’intervista al quotidiano De Volkskrant di febbraio. “Atene è e resterà nell’Eurozona, perché i costi di un suo addio sarebbero molto più alti di quelli che si dovrebbero sostenere con il suo salvataggio”, è stata l’immediata risposta di José Manuel Barroso, presidente della Commissione. Di certo c’è che dell’eventuale uscita di Atene da Eurolandia, se n’è parlato e molto negli ultimi mesi. Le conseguenze di questo scenario sarebbero l’inevitabile tonfo sui mercati, la perdita di valore dei bond pubblici (con pericolose ricadute anche su quelli privati), un uragano speculativo che investirebbe le banche, determinando il cosiddetto “credit crunch” con una stretta al credito enorme. Il contagio andrebbe a colpire anche gli Stati periferici con il concreto rischio di una fuga di investimenti e si potrebbe assistere alla fine della moneta unica. Il condizionale, fortunatamente, è assolutamente d’obbligo.