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Matteo Salvini, il disturbatore della diligenza

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Leader of Italy's right-wing League party Matteo Salvini reacts as he leaves after a hearing in the trial against him on charges of kidnapping over his decision to prevent more than 100 migrants from landing in the country in 2019, in Palermo, Italy, October 23, 2021. REUTERS/Antonio Parrinello (Photo: ANTONIO PARRINELLO via REUTERS)
Leader of Italy's right-wing League party Matteo Salvini reacts as he leaves after a hearing in the trial against him on charges of kidnapping over his decision to prevent more than 100 migrants from landing in the country in 2019, in Palermo, Italy, October 23, 2021. REUTERS/Antonio Parrinello (Photo: ANTONIO PARRINELLO via REUTERS)

Nella dinamica schizofrenica che macina battaglie e ripiegamenti, c’è una frase che Matteo Salvini ha pronunciato l′11 settembre, poco più di un mese fa: “Faremo le barricate davanti al Parlamento per difendere quota 100”. A pochi giorni dal Consiglio dei ministri che certificherà la fine di quella che non è solo la misura della Lega sulle pensioni, ma soprattutto il marchio della politica economica sovranista, le barricate non si sono viste. E non si vedranno. In mezzo c’è stato il capitombolo alle elezioni amministrative, ma questo elemento da solo non basta a spiegare le sfumature delle ultime ore. Le barricate sono evolute in un sms inviato a Mario Draghi, durante una pausa del processo Open Arms, per un incontro a stretto giro, prima del via libera alla manovra. Ma al di là dei toni meno infuocati c’è una ragione per cui Salvini è passato dalla modalità assalto alla diligenza a un atteggiamento da disturbatore: sa di aver già perso, ma soprattutto sa che quello che potrà strappare in extremis è davvero poco.

Se la dinamica di disturbo ha ancora un senso dopo che il premier ha detto chiaramente che quota 100 non sarà rinnovata è perché Salvini non può mollare del tutto la presa sulle pensioni. Non tanto perché così risulterebbe incoerente e non solo perché rinunciare a una bandiera che ha dietro milioni di pensionati non è la stessa cosa che lasciare per strada qualche altra concessione agli altri partiti della maggioranza. Il dato di giornata che aggiorna lo strascico dell’impatto della manovra di Draghi sulla Lega è la necessità che ha Salvini di dare un segnale di forza dentro un centrodestra in subbuglio. Non è un caso se nella telefonata con Silvio Berlusconi, avvenuta anche questa durante una pausa dell’udienza a Palermo, si è parlato della manovra, oltre che di una serie di misure economiche, dalla legge sulla concorrenza alla riforma degli appalti.

Insomma Salvini vuole farsi capofila delle modalità di ricostruzione del fronte comune del centrodestra anche sull’economia e nella costruzione di quest’asse sa che la battaglia sulle pensioni è fondamentale. La questione cara a Berlusconi dal 2001, quando lanciò le pensioni minime da un milione di lire, è stata poi lasciata ai tecnici e alla riforma Fornero del 2011, prima di essere recuperata con quota 100. Ora che Draghi sta riportando le pensioni su un canale di ritorno alla “normalità”, il rischio si ripresenta. E i pochi soldi nella manovra per le pensioni sono funzionali a Salvini per attaccare il rifinanziamento importante del reddito di cittadinanza. Anche questa è una necessità che ha a che fare con gli equilibri nel centrodestra: da quando l’ha definito “metadone di Stato”, Giorgia Meloni gli ha scippato il fronte del dissenso nei confronti del reddito di cittadinanza. Tra l’altro la Lega è dentro al Governo, mentre Fratelli d’Italia è fuori: non per questo sono mancate le critiche del Carroccio alla misura simbolo dei grillini, anche da parte dei più governisti, ma se si aggiunge il fatto che contemporaneamente quota 100 sta per essere cestinata si capisce perché quello di Salvini è un affanno doppio. E si spiega così la necessità di continuare a fare da pungolo a Draghi fino al minuto prima dell’approvazione della legge di bilancio.

Dietro ai toni ridimensionati rispetto a un mese fa, ci sono i contenuti. La Lega sta trattando con il Tesoro per “la soluzione meno invasiva possibile”, spiegano alcune fonti ben informate, insomma per provare a uscire dall’angolo dopo che il Documento programmatico di bilancio ha assegnato appena 600 milioni alle misure per le pensioni del prossimo anno. Uno stanziamento esiguo per piccole correzioni su quello che era e ritornerà a essere lo schema principale: la riforma Fornero. La trattativa proseguirà fino al Consiglio dei ministri, che dovrebbe tenersi giovedì, con un lieve slittamento rispetto al timing che fissava in martedì il giorno clou, anche se non è esclusa un’accelerazione nelle prossime ore. Ma la stessa trattativa va avanti con proposte che si distaccano poco dall’impianto messo a punto dal ministro dell’Economia Daniele Franco. Alla fine ci si potrebbe muovere da quota 102 e quota 104, insieme alla proroga secca dell’Ape sociale, ma l’inserimento di quota 103 o di altre variabili non cambierà il concetto di fondo e cioè la fine della stagione della flessibilità sulle pensioni, culminata con quota 100, e il cammino, seppure graduale, verso un ritorno puro alla Fornero. Qualcosa cambierà, arriverà probabilmente un miliardo in più e quindi Salvini potrà dire di aver ottenuto qualcosa in più e di aver fatto cambiare idea al Governo. Ma avrà solamente limitato i danni.

C’è invece una questione su cui Salvini dovrà azzerare i toni da combattente: le tasse. I soldi per tagliarle erano e resteranno 8 miliardi, nonostante anche oggi sia ritornato a chiederne di più. Dal Tesoro è già trapelata una risposta negativa. C’è una questione dentro alla questione: le risorse dovrebbero andare in gran parte al taglio del cuneo, ma non è stato ancora deciso quante per diminuire le tasse dei lavoratori e quante destinare all’abbattimento del carico che grava sulle imprese. I partiti di maggioranza, Lega in testa, sono stati però già avvisati da palazzo Chigi e dal Tesoro: se non ci si mette d’accordo, gli otto miliardi finiscono congelati in un Fondo e si deciderà più in là come utilizzarli. Chi lo spiega poi ai cittadini e alle imprese che le tasse non si riducono perché la politica litiga?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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