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Aziende pubbliche, dove c'è Stato c'è perdita

Duccio Fumero
Aziende pubbliche, dove c'è Stato c'è perdita

Municipalizzate, partecipate, pubbliche. In Italia molte aziende sono in mano alla politica, a livello nazionale o locale, che le gestisce. Di norma si tratta di società che si occupano di fornire servizi utili alla comunità, dall'energia ai trasporti pubblici, dai rifiuti alle comunicazioni. Il problema è che, se il servizio dev'essere garantito (e magari economico per i cittadini), non sempre produce utili. Anzi, tutt'altro.

Una realtà non subito evidente, soprattutto se guardiamo alle municipalizzate quotate in borsa, dove molte aziende partecipate galoppano. Come la milanese A2A, che in un anno ha guadagnato il 116%, o la romana Acea (quella spesso al centro di polemiche e scandali, ndr.), cresciuta del 106%. Ma dietro a questi numeri si nascondono aziende in rosso. Nel 2011, infatti, ben l’85% delle municipalizzate ha chiuso il bilancio in perdita, mentre una ricerca Anci del 2012 dice che il 41% delle 3.600 società partecipate dai Comuni ha accumulando perdite complessive per 581,2 milioni di euro.

Insomma, appare evidente che qualcosa non funzioni nel servizio pubblico, che costa pesantemente sui conti dello Stato, cioè sui cittadini. Eppure cambiare il trend appare difficilissimo, con le lobby delle municipalizzate pronte alle barricate. L'ultimo caso è quello di Genova, con uno sciopero di giorni di fronte all'ipotesi di privatizzare l’azienda del trasporto pubblico locale. Contro una razionalizzazione o una privatizzazione sono i dipendenti – che temono licenziamenti o riduzioni di orario e, quindi, stipendi -, ma anche i manager. Ma gli esempi sono tanti e la politica, che è coinvolta direttamente nella gestione di queste società, non riesce a mettere un reale freno allo sperpero. Nella legge di Stabilità che sta per essere votata in Parlamento, infatti, il governo Letta ha potuto solo fare una rivoluzione a metà.

Da un lato, infatti, le nuove regole prevedono il licenziamento dei manager che guidano una società partecipata a un bilancio in passivo per due anni di fila, con la chiusura dell'azienda se il rosso si protrae per quattro anni. E questo è il lato positivo. Di contro, però, ancora una volta si è scontrata contro i veti locali la proposta (emersa la prima volta nel 2009 sotto il governo Berlusconi) che imponeva agli enti pubblici di scendere sotto il 40% delle società che gestiscono i servizi pubblici essenziali, con la dismissione per i Comuni sotto i 30mila abitanti.

Come detto, il peccato originale riguarda il doppio ruolo della politica, che da un lato è chiamata a razionalizzare i costi dello Stato, ma dall'altro è parte integrante di quelle aziende che pesano sulle casse dello Stato. Privatizzare le municipalizzate, infatti, significa – almeno sulla carta – escludere la politica da queste aziende e, dunque, significa privare la politica di un bacino economico ed elettorale importante. Quindi, andare contro una lobby da parte della lobby stessa. E, così, di governo in governo se ne parla, ma realmente si fa poco. E le aziende partecipate continuano a produrre debiti. Che pagano i cittadini.