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Bond oggi: con Putin yield al 6% e valuta da record

Lorenzo Raffo
 

E’ finita la pacchia russa per l’obbligazionista? In parte sì, ma i rendimenti restano significativi, sebbene nettamente meno rispetto agli anni scorsi. I bond in rubli presenti sul Mot non sono tanti e in parte riferiti a emittenti bancari. Ne consegue la penalizzazione dell’aliquota fiscale al 26%. Sul fronte invece delle organizzazioni finanziarie sovranazionali, quali IFC, Ebrd, Ibrd e Bei - tutte soggette al 12,5% - gli yield lordi sono scesi, poiché l’inversione della politica monetaria, con il forte ribasso dei tassi, ha portato le quotazioni sopra quota 100, salvo logicamente per l’unico zero coupon presente, un Ebrd con scadenza 2026. I migliori in assoluto, escludendo i bancari, si rivelano così l’IFC 11% scadenza 21/1/2020 (Isin  XS1170061078) dal rendimento al 6,08%, sempre che si accetti di negoziare un’emissione oltre i 108 Rub e con “spread” denaro/lettera molto aperto, oppure un secondo IFC per chi voglia esporsi su prezzi più bassi: è il 6,375% scadenza 11/4/2022 (Isin XS1596058419), trattabile fra 101 e 102 Rub. In questo caso il rendimento scende al 5,7%. 

Yield medio sul 5,6%

Non si tratta di un mercato facile ma oggi chi voglia puntare al rublo con emissioni quotate sul Mot trova quanto meno un’offerta più ampia rispetto al passato. I rendimenti in media si aggirano da un minimo del 5% a un massimo del 7%, in quest’ultimo caso però relativamente ai bancari, i cui “spread” variano molto in funzione delle sedute. Considerando tutte le obbligazioni in rubli quotate si ha un valore medio del 5,6%, da tenere a riferimento per chi scommetta su questa valuta, che continua a registrare una forte debolezza rispetto all’euro.

Tassi sempre più giù

La Banca centrale russa sta adottando una sua politica di bassi tassi, sul modello di quanto applicato in occidente, sebbene su scale completamente diverse. Quello ufficiale in corso si attesta infatti al 7,5%, poca cosa rispetto per esempio all’oltre 16% di fine 2014. E’ pur vero che la curva dei rendimenti è anomala, poiché quasi piatta, con il titolo di Stato a 1 anno che rende il 6,3% e quello a 10 anni che si assesta al 7,04%. Ma solo dodici mesi fa la curva era una delle più atipiche in assoluto, con l’annuale all’8,96% e il decennale all’8,19%, quindi sotto. Un confronto fra il governativo di Mosca e un Bei sulla scadenza a 2 anni – considerando il 2020 dell’emittente sovranazionale – è leggermente a favore del primo (6,53% contro 6,08%), mentre su quella a 4 anni (2022) c’è un maggiore distacco (6,5% contro 5,7%). Si tratta solo di riferimenti, considerando che i titoli di Stato russi in rubli non sono trattati nemmeno sull’“Otc”. 

E poi la variabile cambio

Sopra (Parigi: FR0013101532 - notizie) e sotto i 70 contro euro: l’altalena dei cambi sta confermando l’elevata volatilità del rublo, quasi da record, in quanto esposto a molte variabili, da quelle politiche al fattore petrolio. Il quadro è talmente complesso da rendere imprevedibile i futuri trend. E una conferma la danno le medie mobili, esposte sul “buy” fino alla 20 e sul “sell” relativamente a quelle lunghe su base “daily”. Un rafforzamento avverrebbe solo sotto i 68 Eur/Rub, ma per un’inversione occorre attendere i 65,7. L’assenza di forti rendimenti penalizza certamente l’investitore obbligazionario, che trova tuttavia proprio sulla volatilità valutaria l’ingrediente di maggiore interesse, perché anche a Mosca la scelta di una politica monetaria (relativamente) espansiva penalizza il settore, ora alla ricerca di nuovi equilibri. 

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