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Lavorare troppo fa male: ecco perché conviene fermarsi

Davide Mazzocco
Lavorare troppo fa male: ecco perché conviene fermarsi

Lo stress da lavoro fa male, anzi, malissimo alla salute. Ora, a supportare la convinzione dei lavoratori e quella dei medici, arriva persino una ricerca scientifica condotta dall’Istituto finlandese di Medicina Occupazionale di Helsinki. E quello che emerge dalla ricerca è che chi lavora più di 55 ore a settimana è a rischio di declino mentale, un processo che può portare alla demenza.

Una brutta notizia per tutti i workaholic, per quelli che a smettere proprio non ci riescono. Ma anche le imprese e i datori di lavoro dovrebbero comprendere come, passata una certa soglia, la qualità del lavoro scenda inesorabilmente.

La ricerca condotta da Marianna Virtanen è stata pubblicata di recente sull’American Journal of Epidemiology: 2214 funzionari inglesi di mezza età sono stati sottoposti a cinque diversi test per valutare le loro funzioni mentali. Fra il 1997 e il 1999 è stata fatta una prima valutazione, poi i test sono stati ripetuti dopo cinque anni.

Nelle varie prove (dalla logica al vocabolario) il peggioramento dei risultati è risultato strettamente correlato all’orario di lavoro: maggiori risultavano le ore di lavoro e gli straordinari, peggiori erano le performance nei test. Uno degli spartiacque è risultato essere quello delle 55 ore lavorative. Mika Kivimaki, uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio ha posto il problema di un’osservazione di lungo termine che sia in grado di capire se duri ritmi di lavoro, possano determinare un declino serio come la demenza.

In gioco, comunque, non è soltanto la salute psichica, ma il benessere fisico. All’University of Michigan Medical School, il team di ricercatori guidato da Sandra Hoogerwerf ha scoperto che i lavori organizzati secondo turni interrompono il normale ciclo dell’intestino facendo insorgere dolori addominali, stipsi e diarrea. Questo problema è dovuto all’orologio biologico del colon che compie i primi movimenti nelle prime sei ore del giorno. La rotazione dei turni, dunque, può creare irregolarità e scompensi.

In Italia la normativa sull’orario di lavoro ha subito l’ultima modifica con il decreto legislativo 66 del 2003. Il limite giornaliero, comprensivo di straordinari si deduce in maniera indiretta dall’articolo 7 che stabilisce come il lavoratore abbia diritto a “undici ore di riposo consecutivo ogni 24 ore”. Ma ora anche il limite di 13 ore non è più tassativo perché il limite giornaliero di 13 ore può essere derogato se compensato nelle settimane successive con riposi compensativi.

Sono comunque numerosissimi i casi e le categorie professionali per le quali non è applicabile la disciplina sull’orario di lavoro:
1) Le industrie di ricerca e coltivazione di idrocarburi e di posa di condotte in mare;
2) Le occupazioni che richiedono un lavoro discontinuo di semplice attesa o custodia;
3) I commessi viaggiatori o piazzisti;
4) Il personale viaggiante dei servizi pubblici di trasporto terrestre;
5) Gli operai agricoli a tempo determinato;
6) I giornalisti della carta stampata e di aziende radiotelevisive;
7) I poligrafici addetti alla composizione, stampa e distribuzione di quotidiani, periodici e documenti necessari agli organi legislativi e amministrativi;
8) Il personale addetto ai servizi di informazione radiotelevisiva;
9) Personale dipendente da imprese concessionarie nei servizi postali, autostradali, portuali e aeroportuali, di trasporto e di servizi di telecomunicazione;
10) Personale dipendente da aziende pubbliche e private che si occupano di produzione, trasformazione, distribuzione, trattamento ed erogazione di energia elettrica, gas, calore ed acqua;
11) Personale operante nella raccolta, nel trattamento, smaltimento e trasporto dei rifiuti urbani;
12) Personale addetto a servizi funebri e cimiteraiali;
13) Personale dipendente da gestori di impianti di distribuzione di carburante non autostradali;
14) Personale non impiegatizio dipendente da stabilimenti balneari, marini, fluviali, lacuali e piscinali.