Svizzera, terra di start-up?

Qui le nuove imprese hi-tech fioriscono perché non fanno fatica a trovare finanziamenti. Ma la Silicon Valley è ancora lontana: mancano i grandi investimenti. E un po’ di spinta a inventare.

Dici Svizzera e pensi alla cioccolata, alle montagne, ai prati verdi, alle città pulite e alle banche. Non certo a un incubatore di nuove imprese tecnologiche – le cosiddette start-up. E invece pare proprio che nella Confederazione queste aziende crescano veloci e numerose come le stelle alpine a primavera.

Il motivo è semplice: se in tutti gli altri Paesi del mondo le start-up faticano a trovare i soldi per crescere, in Svizzera succede il contrario. Gli investitori le vanno a cercare elargendo denaro senza problemi.

«Se sei un neo-imprenditore tecnologico e hai bisogno di un supporto, in Svizzera lo otterrai di sicuro», sintetizza Johannes Reck, start upper elvetico che qualche anno fa ha fondato GetYourGuide (il sito che collega direttamente i turisti agli organizzatori di gite e attività dei diversi Paesi, permettendo di prenotare le vacanze più disparate senza passare attraverso le agenzie).

Come mai questa disponibilità verso le start-up? Si tratta di un preciso piano del governo centrale, che ha deciso di sostenere a tutto campo le idee ad alto contenuto tecnologico. Berna, in pratica, ha messo in piedi un sistema che facilita lo sviluppo di nuove imprese. Come prima mossa ha  istituito la Commissione per la tecnologia e l’innovazione (Cti), ente che mette in contatto gli aspiranti imprenditori con gli investitori, pubblici e privati. Poi ha siglato un accordo con le banche cantonali, che di fatto si comportano come «fondi regionali» finanziando le start-up tramite dei bandi.

Inoltre ha creato una miriade di programmi che aiutano i ricercatori delle università svizzere a portare avanti i loro progetti tecnologici (VentureKick e VentureLab sono solo due esempi).

Il governo, infine, finanzia il Swiss start-up monitor, ente che dal 2004 monitora la nascita e la crescita delle start-up e che presto fornirà anche l’elenco di tutti gli «angel investors», i piccoli investitori privati interessati al mondo dell’innovazione.

Tutto questo, però, è realizzato nel più puro spirito svizzero: dato che il Paese ha una scarsa propensione al rischio, la maggior parte dei programmi in sostegno delle start-up è collegata alle grandi università tecniche. Oltre 150 start-up elvetiche, ad esempio, sono nate da progetti di ricerca condotti da studenti del Federal Institute of Technology di Zurigo. Le idee che scaturiscono dall’ambiente accademico possono contare su un ampio ventaglio di finanziamenti: da quelli governativi ai prestiti privati, in quanto il prestigio dell’università funge da garanzia.

Un sistema che sembra più orientato all’hi-tech di quanto non accada nella Silicon Valley: qui, ormai, si punta sempre meno sulle start-up ad alto contenuto tecnologico e sempre di più su quelle legate ai social media. In Svizzera è il contrario: le start-up nascono soprattutto nei corridoi delle università, creano prodotti basati sulla ricerca in cui il contenuto di innovazione è alto.

Questo, potenzialmente, avvantaggia la Confederazione: gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno effetti positivi per tutto il Paese. Altri vantaggi dello start-upper elvetico sono l’essere poliglotta (tutti parlano almeno due lingue), la facilità di fare networking (il Paese ha solo otto milioni di abitanti), l’azzeramento dei tempi necessari per andare al lavoro (nelle città svizzere non c’è di certo il traffico di Berlino o di Parigi).

Ma non tutto è ancora perfetto perché la Confederazione diventi la nuova Silicon Valley. Mancano investimenti davvero ingenti, quelli dell’ordine di due-tre milioni di euro per azienda. Manca quella spinta a inventare che c’è nei Paesi con problemi di posti di lavoro: in Svizzera la disoccupazione quasi non esiste, perciò anche chi avrebbe l’intuito dello start-upper non rinuncia al suo lavoro dalle 9 alle 17. Manca, infine, l’attenzione per le start-up un po’ meno hi-tech. Insomma, la strada verso le «Silicon Alps» è ancora lunga. Ma la direzione è quella giusta.