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Draghi e il patto sulla manovra, un via libera con le briglie tirate

·4 minuto per la lettura
(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

A sera, quando sono passati ormai due giorni dal patto sulla manovra proposto da Enrico Letta, c’è un silenzio che non è passato inosservato. È quello di Giuseppe Conte. Tutti gli altri partiti della maggioranza hanno detto sì: qualcuno, come Forza Italia, ha utilizzato dichiarazioni ufficiali, altri invece, come la Lega, si sono affidati alle fonti, ma è una sfumatura che corre su una traccia definita: la disponibilità, almeno a parole, a mettersi d’accordo per tenere la logica delle bandierine lontana dal passaggio parlamentare della legge di bilancio da 30 miliardi. Il silenzio del presidente dei 5 stelle è stato notato anche a palazzo Chigi dato che il consenso o meno di Mario Draghi al patto è legato alla disponibilità di tutti i leader della maggioranza. E proprio per questo motivo la parola d’ordine è aspettare che tutti dicano sì. Il principio del patto è condiviso e non potrebbe essere altrimenti perché nasce per blindare la manovra, ma poi ci sono anche i paletti e cioè i saldi da non stravolgere. Insomma se patto sarà - è il ragionamento del premier - è perché nascerà da un volontà unanime, capace di arrivare a sintesi su alcuni aggiustamenti, all’interno di un impianto già definito.

Quello che Draghi invece non vuole è trasformare il patto in una trattativa per riaprire i capitoli della Finanziaria. Si potrà obiettare che un patto non contempla strappi e però il rischio che il tavolo congiunto si riveli un boomerang c’è perché le intenzioni guardano al dialogo e al compromesso, mentre le proposte a cui lavorano i responsabili economici dei partiti sono tutte concentrate a dare spazio alle proprie bandierine. Non è solamente il lavoro sottotraccia che si sta portando avanti in vista della presentazione degli emendamenti alla manovra che da martedì inizierà il suo iter parlamentare dalla commissione Bilancio del Senato. Le rivendicazioni di parte emergono anche nelle dichiarazioni con cui i partiti si dicono disponibili al patto. E così Forza Italia vuole la flat tax, come la Lega, e sempre il Carroccio punta a ridimensionare il reddito di cittadinanza. I grillini, invece, non vogliono toccare la loro bandiera, tra l’altro già modificata. Anche sulla rottamazione delle cartelle fiscali si stanno consumando distanze e soluzioni differenti.

Se queste dinamiche finiranno su un tavolo fisico è evidente il rischio che a palazzo Chigi hanno già messo in conto. Altra cosa - e qui si aggiunge un altro tassello al pensiero del premier - è concentrarsi sulla ricerca di una posizione comune sulle questioni ancora senza soluzione o sulle norme che al massimo possono essere oggetto di qualche ritocco. Nella prima categorie rientra la destinazione da dare agli 8 miliardi stanziati per il taglio delle tasse, nella seconda invece il tetto Isee a 25mila euro per accedere al superbonus in caso di ristrutturazioni di ville e villette. Poco conta la forma, se un patto o una cabina di regia: Draghi vuole capire se, oltre al titolo, c’è sostanza.

L’esigenza del premier è comune a quella auspicata dai partiti della maggioranza e cioè evitare che la discussione sugli emendamenti si trasformi in una gazzarra, alimentando tensioni capaci di destabilizzare un’azione di governo che da qui a fine anno, a differenza degli anni passati, non può pensare solo alla sessione di bilancio. Ci sono l’attuazione del Recovery e la macchina dei decreti e dei provvedimenti che sta a monte degli impegni presi con Bruxelles per accedere alla prossima tranche del pacchetto da 191,5 miliardi. Poter contare su una maggioranza che in Parlamento lavora invece di litigare è un surplus da raccogliere, ma come si diceva non è scontato.

La volontà dei partiti andrà testata e soprattutto andrà verificata quando si passerà dalla disponibilità ai fatti. Bisognerà innanzitutto capire quando il patto maturerà e l’elemento temporale è tutto tranne che secondario dato che un conto è mettersi d’accordo prima, senza emendamenti, un altro è farlo dopo, quando ogni partito misurerà le proprie rivendicazioni in base al ritiro o meno degli emendamenti degli altri gruppi. La questione, tra l’altro, ha vari livelli perché se gli otto miliardi per le tasse hanno un perimetro definito, seppure da dettagliare, il tesoretto da 500 milioni a disposizione per le altre misure è libero e questo amplia la possibilità di discutere invece che di mettersi d’accordo. Comunque fino a un certo punto. Patto o non patto, infatti, quella è la misura massima concessa da Draghi ai partiti, non un euro in più. E anche la suddivisione degli otto miliardi non sarà totalmente libera. L’ipotesi che sia un emendamento del Governo a dare forma alle modifiche dice che l’eventuale accordo tra i partiti deve essere coerente con la delega fiscale. Tradotto: niente flat tax.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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