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Wi-Fi, il Governo lo liberalizza. Cosa cambia rispetto a prima

Davide Mazzocco
Wi-Fi, il Governo lo liberalizza. Cosa cambia rispetto a prima


Il Wi-Fi diventa libero o, meglio, libero come in Italia non lo è mai stato prima. Da anni si parla del digital divide che ci vede inseguire altri Paesi nei quali l’alfabetizzazione al digitale è arrivata prima, con effetti benefici sull’economia e sulla vita quotidiana. In Italia la politica ha sempre fatto “cartello”, bloccando le iniziative per ampliare l’accessibilità al digitale. Ora però, con la modifica all’articolo 10 del Decreto del Fare, il wireless pubblico viene alleggerito delle zavorre burocratiche del passato per tutti quei negozianti, esercenti, albergatori e ristoratori che non hanno nel medesimo la principale fonte del loro business.

La modifica è una grande vittoria per i sostenitori di Internet libero. Il testo approvato alcune ore fa chiarisce che “l’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l'identificazione personale degli utilizzatori. Quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l'articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l'articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni”.  Un ulteriore passo in avanti dopo quello fatto nel 2011 con la scadenza di alcuni obblighi imposti dal Decreto Pisanu che nelle norme contro terrorismo e criminalità includeva l’identificazione degli utilizzatori degli hot spot pubblici.

Il cambiamento questa volta è radicale e riguarda tutti gli obblighi per gli esercenti che offrono il Wi-Fi, da quelli del codice delle comunicazioni a quelli sopravvissuti del Decreto Pisanu contro il terrorismo. Negozi, ristoranti, bar, alberghi e bed & breakfast, ma anche biblioteche ed edifici della pubblica amministrazione, possono attivare un hot spot e fornire il libero accesso ai loro clienti e/o visitatori, senza dover tracciare gli utenti e le loro connessioni e fornire account e password come avveniva prima. Un’apertura che rappresenta una sostanziale revisione della precedente versione del Decreto del Fare che avrebbe imposto agli esercenti la tracciatura dei codici del dispositivo (computer, tablet o smartphone) e la compilazione di un registro con gli indirizzi IP associati ai terminali utilizzati. Un obbligo che, oltre a far perdere parecchio tempo, avrebbe avuto un costo (stimato dal parlamentare di Scelta Civica Stefano Quintarelli) di circa 800-900 euro annui.

Una volta tanto ha prevalso il buonsenso. In Italia si parla spesso di  “semplificazione” e di cambiare il passo di una burocrazia che soffoca l’iniziativa: l’accesso libero a Internet nei luoghi pubblici è, in tal senso, un passo importantissimo. Un passo che non è ancora definitivo: perché la legge diventi realtà occorrerà attendere che si esaurisca l’iter del Decreto con l’approvazione alla Camera e al Senato.

Se decade l’obbligo di identificazione resta comunque “consigliabile” tenere traccia di chi utilizza gli hot spot visto che in caso di reati telematici chi fornisce la connessione può essere ritenuto corresponsabile. In Germania e nel Regno Unito, per esempio, ci sono stati casi in cui il Wi-Fi pubblico è stato utilizzato per lo scambio di file pirata o in violazione delle norme sul copyright.

In Francia il registro c’è e deve essere conservato per dodici mesi, in Italia l’accesso alle reti è sempre più sicuro e avviene tramite identificazione del cellulare. Se il Decreto del Fare nasce con l’intento di rilanciare il Paese, la digitalizzazione e il libero accesso alla Rete ne sono una parte imprescindibile. Un Wi-Fi pubblico libero e senza troppi vincoli è un buon punto di partenza.

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