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Il Mediterraneo secondo Marco Minniti

·6 minuto per la lettura
BOLOGNA, ITALY - NOVEMBER 27:  Italian politiacian Marco Minniti attends
BOLOGNA, ITALY - NOVEMBER 27: Italian politiacian Marco Minniti attends

A un certo punto della conversazione, Marco Minniti, gran divoratore di letture in inglese, prende un libro accatastato sulla sua scrivania, 2034: A Novel of the Next World War, romanzo scritto da un grande narratore e da un ammiraglio, che in poche settimane ha scalato le classifiche americane e sta facendo discutere l’establishment politico-militare di Washington: il mondo sta cambiando repentinamente, la questione climatica ha mutato gli assetti del potere globale, c’è ancora un ultraottantenne Putin in Russia, la Cina vuole costringere gli Stati Uniti a ritirarsi dal Mar Cinese Meridionale. E scoppia la terza guerra mondiale: “C’è chi pensa il conflitto sia inevitabile, e questo libro distopico sta in questo filone di pensiero. Tuttavia io penso che non sia così, anzi, è possibile rispondere a questo disordine mondiale, costruendo un nuovo ordine mondiale. E questo lo si deve fare partendo da una parola che uso con ritrosia, la parola Occidente, inteso come valori, principi, idee, modi di vita, democrazia, e quindi di un ruolo che non accetta un declino, che alcuni considerano inevitabile. Fatto di dialogo, perché il mondo non è statico. E qui veniamo all’Africa”.

C’è poco da fare, quando parli con Minniti, il Pci, inteso come imprimatur, formazione, si sente, perché parte sempre dallo scenario internazionale: “L’illusione che il tema dell’Africa potesse essere limitato perché la vera partita si gioca in Asia appare evidente come sia infondata. Sempre di più il Mediterraneo rappresenterà un punto dirimente per gli equilibri del mondo”. La formazione, dicevamo: il mondo, per poi arrivare all’Italia e, come si diceva una volta, ai compiti del partito nella fase attuale. In questo caso ai compiti di una fondazione, la Fondazione “Med-Or” (Mediterraneo-Oriente) di Leonardo, di cui l’ex ministro dell’Interno è diventato presidente, lasciando il Parlamento proprio cinque mesi fa. Vedendolo di persona pare ringiovanito, divertito, ha appena siglato una partnership tra la Luiss e l’Università di Rabat che consentirà a degli studenti marocchini di venire con una borsa di studio in Italia, per poi tornare nella terra d’origine. Insomma, c’è una vita anche fuori dai Palazzi: “La discontinuità non va dichiarata, va praticata e la cosa migliore è riuscire praticarla su se stessi. La mia è una discontinuità senza rimpianti, compiuta ringraziando il mio paese, e quel popolo di sinistra che ho incontrato nella mia vita che mi ha consentito di fare cose impensabili, per un ragazzo nato a Reggio Calabria e diventato adolescente nella capitale della rivolta e di quello che si pensò diventasse il buco nero della democrazia italiana”. La cabala, per chi ci crede e per quelli che ‘non è vero ma ci credo’ – questo vale per il protagonista della conversazione e per il cronista – sta nel numero 40: “Quarant’anni fa, a venticinque anni, allora giovane dirigente del Pci, con una scelta che sorprese, in un sol colpo mi dimisi da segretario cittadino e da funzionario del Pci a Reggio. Quarant’anni dopo lascio il Parlamento, perché nella mia vita ho sempre pensato fosse meglio cambiare strada e non essere costretti a cambiare strada”.

L’antefatto, qualche giorno fa. Al battesimo della Fondazione, in una splendida villa vicino piazza del Popolo, colpisce il parterre dei presenti. Più che una passerella è una notizia, per rilievo politico: i ministri Di Maio, Lamorgese, Guerini, Orlando, Carfagna, il sottosegretario con delega ai servizi Franco Gabrielli, l’ex commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulus, Nicola Zingaretti, i direttori di Dis, Aisi, Aise, i vertici di polizia, carabinieri, stato maggiore della difesa, marina militare e pure cassazione, eccetera eccetera, insomma, per farla breve, la rappresentazione plastica dell’interesse nazionale. Roba che qualcuno, vendendo Minniti parlare con attorno i ministri del governo, cede alla battuta: “È il governo Minniti”. E questo è già un elemento da segnare sul taccuino degli appunti, perché, in fondo, chi semina raccoglie. Ed è interessante lo statuto di questa fondazione privata ma vocata all’interesse pubblico: “È un’esperienza italiana, con pochi esempi al mondo, che ha nel suo statuto due teste: il cda classico che si occupa della gestione della fondazione e un comitato strategico, che ha il compito di elaborare pensieri lunghi di cui fanno parte presidente, i vertici del gruppo, ma di questo comitato strategico fanno parte come invitati permanenti anche rappresentanti delle pubbliche amministrazioni. E hanno risposto positivamente al nostro invito la Presidenza del consiglio e i cinque ministeri interessati di Esteri, Interno, Difesa, Economia e Sviluppo. Questa è l’idea: un grande gruppo, leader europeo e mondiale, seduto insieme alle istituzioni in un tavolo ideale a servizio del paese”.

Ritorniamo alla distopia (e ai conflitti): “Non lo dico io, è oggettivo, basti pensare alla vicenda di questi giorni in Tunisia. Lì non è suonato un campanello, ma un campanone d’allarme, proprio nel paese che rappresenta l’unico esito democratico delle primavere arabe. È evidente che il Mediterraneo è cruciale per l’Europa e per gli equilibri del pianeta. Che cosa diciamo ai tunisini, che devono aspettare novembre?”. Il riferimento è all’esito insoddisfacente dell’ultimo Consiglio europeo: “Come non comprendere il senso di una difficoltà? Da un lato si considera di estrema urgenza l’accordo con la Turchia per la gestione dei flussi, nella rotta balcanica. Dall’altro per il Nord Africa c’è una dilatazione temporale perché il dossier è stato rinviato in autunno”. Non lo dice direttamente, la mette sempre in positivo anche puntando sul contributo che può portare, però, gira che ti rigira, il punto è la politica dell’immigrazione dell’Europa, e dell’Italia in Europa: “A un certo punto della vita ho maturato la convinzione che l’errore sia preferibile all’inazione. In tempi così accelerati e complessi, resi più complesso dalla pandemia, le reazioni non possono avere cadenze ordinarie, devi agire, anche correndo il rischio dell’errore, hai bisogno di velocità”. E Draghi, Salvini, gli sbarchi in piena pandemia? “Ci deve essere consapevolezza che l’esplosione della pandemia ha reso ancora più evidente. I grandi processi, le grandi questioni, non si subiscono, si governano, sapendo che questo comporta di non limitarsi al giorno per giorno. Oggi il massimo di realismo politico è avere una visione lunga”.

Pausa. E prende dalla pila un altro libro, sempre in inglese. È il rapporto del National Intelligence Council americano, che più che una distopia è una previsione sui “global trends” fino al 2040: “Guardi il sottotitolo, impegnativo: a more contested world. La prima potenza del mondo pensa che abbiamo un mondo in discussione. Capisce che voglio dire? È ovvio. L’Italia, al centro del Mediterraneo, dovrebbe considerarlo una sfida drammatica e, proprio per questo, una grande opportunità ad agire un ruolo. Quello di un paese stabilmente collocato nell’Occidente, ma con una politica impregnata di dialogo perché siamo un grande paese di confine. È la storia della nostra politica. Ripeto, realismo e visione”. Pensi che la conversazione sia finita, gli appunti sono sufficienti, ma Minniti prende un altro libro e attendi, perché capisci (sempre un vecchio comunista è) che attraverso le letture sta mandando qualche messaggio. Il titolo è The politics of catastrophe di Niall Ferguson: “Consiglio la lettura, perché comprenderà che non esistono catastrofi naturali e catastrofi causate dall’uomo, c’è sempre un’interazione che l’agire umano ha agevolato, da quel che è successo in Germania ai 51 gradi a Vancouver. Se ti limiti alla dimensione naturale, non ce la fai, per questo hai bisogno di visione nella quotidianità”. Sfogliandolo, l’occhio del cronista cade sul capitolo 6: “The psychology of political incompetence”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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