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I 20 anni persi dall'Ue nella guerra dei chip

·12 minuto per la lettura
Chip War (Photo: Getty/HP)
Chip War (Photo: Getty/HP)

Venti anni persi. Per comprendere le dimensioni del ritardo accumulato dall’Unione Europea nei confronti della Cina in uno dei mercati globali più strategici come quello dei microchip, basta leggere la Strategia Ue per la trasformazione digitale 2020-2030. “La produzione di semiconduttori sostenibili e all’avanguardia in Europa, compresi i processori, dovrebbe rappresentare almeno il 20% del valore della produzione mondiale, raddoppiando rispetto al 10% del 2020”. Uso del condizionale a parte, che non lascia ben sperare, l’obiettivo che la Commissione Europea se a prima vista può apparire ambizioso, in realtà non ha nulla di nuovo. Salto indietro a maggio 2013: la Commissione aveva ben chiaro già allora che stava perdendo terreno nel campo da gioco dei chip e che se voleva restare al passo doveva fare sul serio, perché gli altri “stanno facendo investimenti aggressivi”: ”Voglio che la produzione europea di chip raddoppi fino a diventare il 20% della produzione globale e che l’Europa produca più degli Usa″, disse la commissaria olandese all’agenda digitale Neelie Kroes presentando la Strategia comunitaria. Otto anni dopo non è cambiato nulla e quel poco che è mutato, è mutato in peggio: gli americani - pur con le loro difficoltà - sono ancora avanti e dominano il mercato delle vendite, gli asiatici dominano quello delle fonderie, mentre Bruxelles è rimasta a guardare la sua quota gradualmente calare, invece di aumentare, dal 10% al 9%.

Oggi l’Ue pare si sia svegliata dal torpore e ha realizzato che le sue varie strategie per governare i processi tecnologici e industriali, attraverso sussidi, investimenti e ricerca, non hanno funzionato. Pechino con Smic e Huawei, Taipei con Tsmc e Seul con Samsung rappresentano in tutto poco meno del 60% della produzione globale, e se si aggiunge Tokyo si arriva all′80%. Gli Stati Uniti hanno dalla loro i colossi della progettazione Intel&Co, ma sulla capacità produttiva arrancano anche loro con una quota che si aggira intorno al 13%. L’Occidente, negli ultimi due decenni, è stato grossomodo a guardare. Eppure già all’inizio del nuovo millennio era ben chiara, a chi più e a chi meno, l’importanza dei semiconduttori per le sfide tecnologiche del futuro. A novembre del 2005 le società europee di semiconduttori si recarono a Bruxelles per chiedere aiuti lamentando di non riuscire a competere ad armi pari, in particolare con i rivali asiatici che venivano sussidiati dai loro Paesi, Cina in testa. L’azienda leader in Italia St Microeletronics uscì dal colloquio avuto con i tecnici comunitari senza ostentare particolari entusiasmi: “La Commissione Europea sulla questione degli aiuti non ha preso alcun impegno”.

Oggi le industrie europee pagano il caro prezzo di una sottovalutazione durata almeno vent’anni, resa ancora più evidente dall’imprevedibile avvento della pandemia. Solo nelle ultime 24 ore Volkswagen ha deciso di tagliare la produzione di auto dell’impianto di Wolfsburg, il principale del Gruppo dove impiega 60mila persone; Stellantis ha fermato nuovamente due impianti in Francia dopo aver preso decisioni simili nei suoi stabilimenti in Illinois, in Ontario, a Detroit e in Messico. Toyota ha annunciato un taglio netto del 40% della sua produzione globale. Nei giorni scorsi anche la svedese Volvo aveva bloccato le sue linee per una settimana, e la stessa cosa hanno fatto a più riprese un po’ tutti, Mercedes, Bmw, Honda, General Motors, Renault che per quest’anno ha tagliato la produzione di ben 200mila veicoli. Qualche mese fa la società di consulenza AlixPartners calcolò che l’industria globale dell’automobile vedrà quest’anno minori entrate per 60 miliardi di dollari. La previsione era fin troppo rosea, e a luglio si è vista costretta a raddoppiare la stima, portandola a 110 miliardi di perdite. È ormai opinione diffusa che la crisi dei chip durerà almeno fino al 2023.

Questa è la previsione anche di Infineon (ma non solo), il più grande produttore di chip tedesco, che ha già annunciato un aumento dei suoi prezzi di vendita per il futuro. A inizio luglio nel suo stabilimento di Neubiberg si è fatto vedere il commissario per il mercato interno Thierry Breton per rassicurare l’azienda sulla volontà della Commissione di portare la produzione europea di chip al 20% del mercato globale, lo stesso obiettivo che l’Europa si era dato quasi dieci anni prima senza produrre risultati degni di nota. D’altronde, nel 1990 l’Ue aveva tra il 30 e il 40% della capacità produttiva mondiale: “Abbiamo dovuto coprire delle carenze, per buone e cattive ragioni”, ha detto Breton. ”È la nuova realtà che dobbiamo prendere in considerazione e rendere sicuro quel rifornimento, non solo per l’industria automobilistica” perché “i semiconduttori saranno ovunque”. Amara scoperta: i chip oggi servono per qualsiasi cosa, smartphone, playstation, computer, schermi e non solo. O negli elettrodomestici. Per dirne una, la svedese Electrolux ha già annunciato un rincaro dei prezzi per i suoi prodotti a causa della carenza di chip.

Gli allarmi maggiori riguardano l’industria dell’auto. In Germania, dove il comparto è un traino per tutta l’economia nazionale, la carenza dei chip è entrata anche nella campagna elettorale. Non è un caso: nel bollettino economico di giugno la Banca Centrale Europea ha rilevato come in un confronto tra paesi, la mancanza di semiconduttori ”è chiaramente evidente per le imprese tedesche”. Il candidato della Cdu, e quotato successore della cancelliera Angela Merkel, Amid Laschet ha affermato che ormai “la carenza globale di semiconduttori è drammaticamente evidente” e potrebbe “mettere in pericolo la struttura industriale della Germania se non diventiamo autosufficienti”. È vero: solo le auto tedesche rappresentano il 15% di tutto l’export della prima potenza economica europea, il 20% del suo fatturato industriale e più del 10% del suo prodotto interno lordo. Berlino da tempo sta provando a correre ai ripari muovendosi in autonomia e cercando di convincere il colosso taiwanese TSMC, la più grande fonderia al mondo e ormai diventata la prima società per capitalizzazione in tutta l’Asia (superando persino l’Amazon cinese Alibaba e Tencent) a costruire un impianto di semiconduttori in Germania. Coincidenze: proprio TSMC, su delega del Governo di Tapei, ha raggiunto un accordo preliminare con l’azienda di Magonza BioNTech per acquistare cinque milioni di dosi del suo vaccino realizzato con Pfizer, da donare successivamente allo Stato insulare alle prese da tempo con le ostilità di Pechino che vuole piazzare ai taiwanesi le sue dosi. Così va il mondo, quello vecchio ma pure quello nuovo. L’azienda TSMC ha annunciato di avere in cantiere progetti per altre fabbriche di chip sul suolo americano, nello Stato dell’Arizona, oltre a quella che ha già pianificato a Phoenix. Un impegno importante a fronte dell’ombrello politico e militare offerto dagli Stati Uniti contro le continue incursioni ed esibizioni muscolari dell’aeronautica militare cinese nello Stretto. Ancor più dopo il ritiro dall’Afghanistan, molti osservatori ritengono che l’isola contesa e pretesa dalla Cina rappresenta, attualmente, il fronte più caldo tra Washington e Pechino, con probabili ricadute anche militari nei prossimi mesi.

Sui microchip gli americani non vogliono più perdere tempo. “Siamo in una competizione per vincere il XXI° secolo, e la macchina è partita, non possiamo rischiare di rimanere indietro”, ha detto il presidente Joe Biden. Di recente il Senato Usa ha approvato un pacchetto di misure di spesa per ridurre la sua dipendenza dalla Cina in determinati settori, riservando a quello dei chip ben 54 miliardi di dollari. Secondo i dati della Semiconductor Industry Association, nel 1990 gli Usa rappresentavano il 37% della produzione di semiconduttori, oggi solo il 12%. Nonostante tutto, quasi la metà della vendita dei prodotti finiti è in capo ad aziende a stelle e strisce. La Silicon Valley, che prende il nome da un semiconduttore qual è il silicio, domina il mercato della progettazione (fabless) e in parte anche della produzione con i suoi colossi Intel, Amd, Nvidia, Apple, Fairchild, Sandisk eccetera. Rilevante anche la regione di San Diego, la “sorella minore” della Valley, dove ha sede Qualcomm, insieme ad altre multinazionali nel settore delle biotecnologie come Illumina, Dexcom, Resmed.

Mentre Washington mette sul piatto miliardi di dollari sonanti per ridurre la sua dipendenza dall’estremo Oriente, l’ingessata Bruxelles a luglio scorso per riconquistare la sua “sovranità digitale” si è limitata a lanciare una nuova “alleanza” tra i produttori di semiconduttori con l’obiettivo di “identificare le attuali lacune nella produzione di microchip e gli sviluppi tecnologici necessari affinché le aziende e le organizzazioni possano prosperare, indipendentemente dalle loro dimensioni”. L’alleanza dovrebbe, nell’ottica della Commissione, riuscire a muovere qualcosa come 50 miliardi di euro tra pubblico e privato, ma al momento si è ancora nella fase interlocutoria. Una lentezza figlia di una sottovalutazione durata anni. Un esempio? Nel 2018 Bruxelles lanciò un IPCEI, un “Importante Progetto di Comune Interesse Europeo”, nel settore della microelettronica autorizzando aiuti di Stato alle imprese per sviluppare nuovi chip per internet e automobili. Come al solito, alle grandi ambizioni non seguono altrettanto grandi impegni di natura economica. La Commissione ha autorizzato aiuti per un totale di 1,7 miliardi, da spartirsi tra Italia, Francia, Germania e Regno Unito. Successivamente Bruxelles si è vista costretta a rinnovare lo schema d’aiuti e integrare le risorse.

Cosa vuol dire essere dipendenti dalle forniture asiatiche in un periodo di grave e prolungata carenza e in un settore dove la catena del valore è molto frammentata lo dimostrano gli annunci recenti di TSMC. Il produttore taiwanese ha fatto sapere che nel terzo trimestre si concentrerà in particolar modo su un cliente, Apple, per rifornirlo di un nuovo microchip da 5 nanometri necessario al lancio dell’i-Phone 13 in autunno. Le restanti forze saranno poi dirottate su altri comparti come i circuiti integrati automobilistici (che punta a aumentare del 60%) seguiti da computer, server e dispositivi di rete. Insomma, le priorità le stabilisce chi governa il mercato e chi rischia di pagare un prezzo salato sono i produttori d’auto, e con sé tutto l’indotto: secondo un’analisi Deloitte solo nella produzione di auto l’elettronica rappresenta oggi il 40% del valore di un veicolo. Se il mercato dell’auto si ferma, sono dolori per tutto il Vecchio Continente. L’Italia lo sa bene dal momento che le sue aziende riforniscono di componentistica il 20% della produzione di veicoli sfornati dalle case automobilistiche tedesche. La gravità della situazione sembra sia ben chiara agli occhi del Governo Draghi. “Sulla questione microprocessori non è possibile affrontare il tema della sovranità tecnologica senza la possibilità di accedere agli aiuti di stato. Gli Usa stanziano 54 miliardi per sussidiare i produttori dei semiconduttori. Anche l’Europa deve prendere delle decisioni importanti per lo sviluppo di questo settore”, ha detto di recente il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. A marzo scorso, su sua proposta, il premier Mario Draghi ha fatto ricorso al golden power per bloccare la vendita del 70% di una impresa milanese, che sviluppa reattori epitassiali utilizzati per i semiconduttori, alla società di diritto cinese Shenzen Invenland holdings.

Secondo il Mercator Institute for China Studies (Merics) di Berlino, metalli e semimetalli fanno parte delle 103 categorie di prodotti che espongono particolarmente il Vecchio Continente a una vulnerabilità economica sul fronte cinese. Magnesio, manganese, circuiti elettronici che arrivano da Pechino assorbono più del 50% delle importazioni europee (con picchi del 70%). È chiaro che come la Cina è vitale per le aziende europee, così lo è il mercato Ue per la Cina. Sebbene raramente le minacce di ritorsioni si siano poi tradotte in azioni concreti, il grave squilibrio in molti settori tra le due economie mette Pechino in una posizione di forza. E questo perché per anni le istituzioni comunitarie hanno avallato pratiche e consuetudini che hanno praticamente cancellato ogni principio di reciprocità economica, a danno esclusivo delle imprese europee.

Come rileva la Corte dei Conti Ue, infatti, se le imprese cinesi che ricevono sussidi statali sono libere di operare in Europa, lo stesso non vale per quelle europee che non di rado finiscono nella tagliola dell’Antitrust guidata ormai da due mandati dalla danese Margrethe Vestager. Non va meglio se vogliono investire in Cina. Secondo Il Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione in vari settori le imprese europee sono obbligate a partecipare a joint venture con aziende cinesi e a trasferire tecnologia. “Per quanto riguarda le condizioni successive all’entrata, il quadro giuridico cinese e l’impari accesso al mercato cinese, nonché i finanziamenti governativi, pongono le imprese europee in condizioni di svantaggio rispetto alle controparti cinesi”, scrive la Corte dei Conti.

Se un’impresa statale di Pechino vuole investire in Europa fino a poco tempo fa avrebbe trovato ben pochi ostacoli. Viceversa, un’impresa Ue in Cina avrebbe accesso solo a posizioni di minoranza nel settore navale, dell’aeronautica, nelle centrali nucleari, nella costruzione e gestione di reti elettriche, ferroviarie, o negli aeroporti civili, nelle aziende di telecomunicazioni. Nel capitale delle banche un investitore europeo non può salire sopra il 20%, e non oltre il 50% nelle compagnie assicurative.

I rischi derivanti da una crescente presenza cinese in settori economici strategici europei sono numerosi e puntualmente elencati dalla Corte dei Conti. In ambito politico, si legge in un report, gli investimenti di Pechino potrebbero incidere sulla sicurezza e l’ordine pubblico, frammentare l’unità europea, indebolire la proprietà di infrastrutture strategiche nazionali con implicazioni geopolitiche. In ambito economico, possono causare un vantaggio economico sleale per le imprese cinesi, generare carenze nelle infrastrutture, perdita di competitività a lungo termine, maggiore vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento di beni provenienti dalla Cina, aumentare i tassi di riciclaggio di denaro e criminalità. Oppure favorire l’ingresso nella gestione dei debiti pubblici dei Paesi Ue con conseguenti perdite di garanzie strategiche, come già avvenuto nei Paesi extra-Ue come Pakistan, Tagikistan, Kirghizistan, Sri Lanka, Maldive e in un paese candidato all’adesione all’UE, il Montenegro.

Un esempio: “Il porto internazionale di Hambantota nello Sri Lanka riveste importanza nazionale e strategica. Nel 2017, il governo dello Sri Lanka non è più stato in grado di rimborsare il prestito cinese e il porto è stato dato in locazione per 99 anni alla China Merchants Port Holdings, dietro pagamento di 1,12 miliardi di dollari”.

Per non parlare del rischio di perdita di tecnologie e know-how. Nel Business Confidence Survey 2019, pubblicato dalla European Chamber of Commerce in China, si segnalava che il 20% di coloro che hanno risposto al sondaggio si è sentito obbligato a trasferire tecnologia per mantenere l’accesso al mercato in Cina, sottolineando la mancanza di reciprocità nelle relazioni UE-Cina.

Di recente la Commissione, con il consueto ritardo che contraddistingue la sua azione, ha deciso di correre ai ripari introducendo uno scudo contro le scalate estere di imprese europee. In questo modo, oltre certi limiti, gli attori stranieri dovranno notificare all’Antitrust Ue le loro operazioni finanziarie, e ottenere la sua approvazione per portarle a termine. Meglio tardi che mai.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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