I mercati italiani sono chiusi

In decrescita e felice, il volto dell'altra Italia

Maria Rosaria Iovinella
Io faccio così (Chiarelettere, 2013)

Ha viaggiato per sette mesi on the road per raccontare un'Italia che vuole resistere, ma senza rancore, piuttosto proponendo soluzioni, senza aspettare che passi la nottata: Daniel Tarozzi, giornalista e blogger, la descrive in Io faccio così-Viaggio in camper alla scoperta dell'Italia che cambia, volume edito da Chiarelettere (347 pagine, 14,50 euro).

Da Nord a Sud, lontano dalla ribalta nazionale, uomini, donne, giovani o meno, laureati e no, si battono per un presente migliore, all'insegna di quel famoso presupposto secondo cui il Pil misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta. La via scelta è quella che rimette in discussione le priorità soprattutto nelle esistenze, guardando a un modello, quella della decrescita, con tutte le sue implicazioni sui consumi, sui legami col territorio, sul lavoro. Il libro racconta quindi di persone, comunità, movimenti, che hanno deciso di svoltare, all'insegna di una vita più associata, più verde, più civile e impegnata. L'autore ne parla con Yahoo! Finanza ma anche sul sito www.italiachecambia.org

"Io faccio cosi" è un viaggio in Italia: è l'occasione anche per descrivere un Paese lontano dal racconto dei media mainstream, oltre che per approfondire i temi che da sempre le interessano?

Una delle motivazioni che mi ha spinto a fare questo viaggio era quella di provare a vedere se erano veri o meno i luoghi comuni, pur pensandoli falsi, al fine di verificarli, per abbatterli. Mi spingeva anche la mia storia: mia madre è sicula, mio padre è nato ad Aosta da genitori liguri, io a Torino, cresciuto a Roma. Mi sono detto: andiamo a vedere questo Paese come è veramente, perché oggi le difficoltà come le potenzialità sono traversali. Allo stesso tempo la capacità di assumersi le responsabilità, di ottenere i risultati, di difendere il territorio, adottando nuovi modelli, riguarda tutti. Un'Italia unita nella capacità di reazione oltre che nei difetti che spesso conosciamo; siamo molto bravi, lo fa anche il sistema mediatico, a parlare dei nostri limiti, la corruzione, lo squallore, la mediocrità, ma siamo anche un Paese di persone solidali e capaci di idee geniali. Sognare l'impossibile è realizzarlo, questo è quello che ho visto in giro.




 Il suo libro parla di tantissime esperienze di decrescita: questa è l'Italia che cambia? Come si coniuga con il Paese delle start up?

Tendenzialmente sì, lo penso, ma bisogna fare attenzione, va chiarito che non si tratta di tornare alle caverne, ma di guardare alla decrescita come paradigma culturale che rimetta al centro non il profitto in sé, le merci in sé ma il lavoro, la tecnologia, come strumenti per realizzare il benessere. Le start up che ho incontrato sono imprese che mettono al centro la sostenibilità ambientale ma anche umana, vincono perché assumono, il fatturato cresce, oggi chi segue certi valori è premiato. Nella società della decrescita, chi si muove con certi valori cresce;  chi insegue i valori della società della crescita perde, perché questa crisi non è contingente, ma di sistema.

Parlando di Sardegna, scrive che sarebbe utile sviluppare una politica che non mira a prolungare l'agonia di certe aziende, che a volte rappresentano un modello vecchio. Eppure i lavoratori sono i primi a opporsi alla chiusura, a battersi: gli manca la consapevolezza di pensare l'alternativa o un modello classico di lavoro, per quanto distorto, tutela altre cose, come la famiglia?


Chiaramente capisco le esigenze degli operai che fanno le lotte, che vivono in quel contesto e in quella visione del mondo; ovvio che il lavoro va difeso. Io non critico l'operaio, penso che lo Stato, o l'impresa, debbano dare anche alternative culturali, suggerire una visione diversa. Se io so che la fabbrica chiude, ma ho un'alternativa reale, forse sono più incline a lasciar andare la fabbrica. Se la prospettiva è di restare abbandonato, senza gli strumenti per costruirmi un cambiamento, ovvio che sono terrorizzato. Un altro elemento è quello storico: capisco che le persone cresciute in contesti in cui bisognava fuggire dalla campagna abbiano terrore di tornarci. Ma oggi molti dei giovani che vanno in campagna lo fanno con una prospettiva diversa: vanno per mangiare meglio, per lavorare, e il lavoro non è più spaccarsi la schiena venti ore al giorno. Veniamo da un modello dove i lavori manuali sono umili, l'emancipazione avviene solo con certi tipi di professioni,  che sono quelle del riscatto, ma poi abbiamo persone che lavorano in un call center tutta la vita a 800 euro al mese. Non è meglio la campagna? Il problema è percepire le cose come scelte.

I protagonisti di queste storie fanno "politica" sul territorio, nel senso di impegno civile, ma forse non andrebbero mai a farla a livello nazionale. Anche questa è una sconfitta della politica, malgrado la recente stagione grillina? C'è chi preferisce operare sul territorio, ma non andrebbe mai a Roma.

Nel mio viaggio ho incontrato anche molti sindaci, e tanta politica, nel senso di difesa del bene comune; ho incontrato molta poca fiducia nella politica nazionale, meno in quella locale. La sconfitta della politica è quella di aver perso contatto, di essersi distaccata da un pezzo di Italia che è molto consistente. I partiti tradizionali, come dimostrano le ultime elezioni, messi assieme, rappresentano 20 milioni di persone. Ci sono quindi milioni e milioni di italiani che non sono rappresentati dai partiti che sentiamo parlare ogni giorno, i quali nemmeno per cinismo cavalcano temi come acqua pubblica, gas, ambiente, economia solidale. La politica nazionale è fondamentale, intendiamoci, ma oggi è percepita come qualcosa di difficilmente influenzabile.

Cita l'esempio di Cassinetta di Lugagnano, paese con il primo piano urbanistico a crescita zero. E' vero che per attuare politiche simili mancano spesso anche dati, quindi anche un censimento delle aree vuote o non edificate, o alla fine si preferisce costruire per un ritorno elettorale?


La mia percezione è che gli amministratori non siano sempre cattivi e corrotti: uno dei problemi che porta all'urbanizzazione selvaggia è il discorso degli oneri di urbanizzazione. Oggi si aumentano le tasse, ma si tagliano i fondi; questo fa sì che un sindaco in buona fede, che cerca soldi per realizzare, ad esempio, un asilo per le famiglie, li ottiene dagli oneri di urbanizzazione, quelli che poi usa per fare i servizi, pensando anche che costruire per un periodo genera occupazione. Un modello culturale che non funziona più. L'alternativa è ricostruire l'esistente, se si facesse un piano di ristrutturazione di tutto il patrimonio edilizio esistente ci sarebbe occupazione per anni in Italia. Ma nel caso di Cassinetta, quando il sindaco Domenico Finiguerra decise di fare una politica a crescita zero, chiarì agli elettori che avrebbe aumentato le tasse, al fine di rinunciare agli oneri. Ha vinto con grandi percentuali.  Anche questo è un elemento importante, coinvolgere le persone, spiegare cosa si fa. La voglia di politica va recuperata e incanalata.

L'Italia ha vissuto la sua stagione migliore coniugando lo stile di vita italiano con il design, l'industria, la moda. Oggi è ancora possibile quest'attitudine?

In Italia si ha l'errore di insistere anche su modelli vecchi e di difendere le cose a prescindere, come Alitalia ad esempio, senza chiedersi come e perché le cose siano andate in crisi. Non investiamo niente sui beni culturali, viviamo la follia di distruggere paesaggi che ci fanno campare. Il territorio, il cibo, sono sempre visti in maniera naif. Bisogna capire su cosa puntare, inseguire modelli nostri, penso al caso di Galilei Refrigerazione ( creata da ex dirigenti Carrier, dopo la chiusura dello stabilimento della multinazionale in Veneto). Fanno refrigeratori di altissima qualità, da esportare in mercati di eccellenza; sono sicuro che ce la faranno, si prenderanno una nicchia di qualità. Se facessero competizione con i cinesi, perderebbero.