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Draghi, "uomo della necessità". Gli imprenditori lo imbullonano a Chigi

·5 minuto per la lettura
ROME, ITALY - JUNE 01: Confindustria President Carlo Bonomi attends a press conference to present the Vaccine Hub at Auditorium della Tecnica, on June 1, 2021 in Rome, Italy. Italy's Covid-19 vaccination plan continues and many corporations have been allowed to organize public vaccination hubs within their spaces. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)
ROME, ITALY - JUNE 01: Confindustria President Carlo Bonomi attends a press conference to present the Vaccine Hub at Auditorium della Tecnica, on June 1, 2021 in Rome, Italy. Italy's Covid-19 vaccination plan continues and many corporations have been allowed to organize public vaccination hubs within their spaces. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)

C’è, meglio c’è stato, “il mito politico dell’uomo della provvidenza” (il riferimento è a Mussolini) e ci sono stati “gli uomini del possibile”, cioè tutti gli ultimi nove presidenti del Consiglio. E poi ci sono “gli uomini della necessità”. Anzi l’uomo della necessità, al singolare: Mario Draghi. Non è causale il distinguo che Carlo Bonomi fa quando apre i lavori dell’assemblea annuale di Confindustria, ritornata a una semi normalità in presenza al Palazzo dello Sport di Roma. Perché la necessità marca il posizionamento degli industriali su quella che è la partita più importante che ruota intorno a Draghi, il bivio palazzo Chigi-Quirinale. Non appena il presidente di Confindustria lo nomina, la platea si libera in una standing ovation. Il premier, in sala, si alza e ringrazia. Poi Bonomi suggella la linea: “Ci auguriamo che continui a lungo nella sua attuale esperienza. Senza che i partiti attentino alla coesione del Governo pensando alle prossime amministrative, o con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale”.

Se il sostegno al premier in quanto tale era atteso (e comunque viene ribadito con una sottolineatura alla “mano forte” che ha spinto la campagna vaccinale e con la condivisione “integrale” all’estensione del green pass), quello che Bonomi aggiunge a nome degli industriali è un giudizio pesantissimo nei confronti di tutti quelli che mettono a rischio l’operato del presidente del Consiglio. Matteo Salvini non è citato, ma c’è un passaggio che rimanda al leader della Lega e all’opposizione di Giorgia Meloni: “A chi flirta coi no vax - dice il presidente di Confindustria - invece di pensare alla sicurezza di cittadini e lavoratori, come a chi pensa che questo Governo è a tempo, e allora basta tergiversare, perché poi le riforme si faranno quando governerà l’una o l’altra parte, noi diciamo: basta rinvii, basta giochetti, basta veti”.

Qui finisce la cornice politica. Poi si passa ai contenuti. La prima e più importante preoccupazione che Bonomi lancia dal palco è quella sulle riforme. Il Pil atteso quest’anno al 6% soddisfa, ma senza enfasi, perché “la sfida è il tasso di crescita dal 2022 in avanti, che deve essere solido e duraturo”. Anche qui la traccia è la necessità di mettere fine al “gioco a risiko delle bandierine del consenso effimero” perché il cronoprogramma rischia di slittare se i partiti continuano a litigare. Insomma l’occasione dei miliardi che stanno arrivando dall’Europa è unica, bisogna scaricare il Recovery a terra, bene e al più presto. Non è solo una questione di metodo. L’Italia - è il ragionamento - gioca in un contesto internazionale dove la Cina ha avviato “un poderoso programma di riaccentramento delle proprie risorse”, spostando il baricentro dall’export al mercato interno. La carenza delle materie prime e dei semiconduttori, ma soprattutto la transizione ecologica chiamano una nuova politica industriale. “Attualmente - chiosa Bonomi - uno sviluppo delle capacità delle fonte rinnovabili di 8GW all’anno, come indicato dal ministro Cingolani, sarebbe velleitaria”. Gli industriali condividono gli obiettivi europei di Fit for 55, ma chiedono che siano credibili. Qui l’uomo delle necessità è posizionato a fianco di Germania e Francia per calibrare i costi della transizione. Anche, se non soprattutto, quelli economici: “Il costo della transizione energetica per l’Italia potrebbe superare i 650 miliardi di euro nei prossimi 10 anni, per quanto importanti siano i fondi che il Pnrr dedica alla transizione energetica sono solo il 6% del totale necessario”.

Quando si passa alle specificità delle singole riforme, il tono di Bonomi cambia. Troppo pochi i soldi - 3 miliardi - per la riforma del fisco. Il parallelismo con Alitalia (“Abbiamo dato oltre tre miliardi negli ultimi quattro anni ad Alitalia fallita e alla piccola compagnia che nasce ora”) è un’immagine evocativa forte, che rimanda alla contrapposizione tra lo spreco e un intervento in cantiere, quello fiscale, alquanto esiguo. Gli industriali indicano anche la direzione: il taglio dell’Irpef da solo non va bene, bisogna cancellare anche l’Irap e non a somma zero, altrimenti “non si produce né crescita né occupati”.

L’altra questione calda che impatta sugli industriali è il lavoro. Bonomi rivendica il fatto che non c’è stata “una corsa a licenziare”, non fa riferimento al decreto anti delocalizzazioni che durante l’estate ha portato a uno scontro frontale con il ministro del Lavoro Andrea Orlando, ma non per questo gli industriali sono soddisfatti. La riforma degli ammortizzatori sociali, che ancora non ha visto la luce, continua a essere in cima ai desiderata. Ma - e qui c’è una stoccata implicita a Orlando - le imprese non accetteranno di “restare a fare da bancomat come già accade con la cassa integrazione”. Per questo la ricetta è un ammortizzatore universale che non sia “una mera integrazione al reddito”, ma di natura assicurativa. La coda di questa impostazione è che tutti quelli che avranno il nuovo ammortizzatore dovranno pagarlo in proporzione all’utilizzo.

Lo schema dello sbocco in uscita del mondo del lavoro, cioè le pensioni, è altrettanto dettagliato: quota 100 ”è stata un furto ai danni dei soggetti più fragili del nostro welfare squilibrato, può e deve bastare così”. Ma, avverte Bonomi, non va bene neppure una quota 100 “mascherata”, applicata magari ai 63enni invece che ai 62enni. Il cantiere del Governo è focalizzato sull’estensione della platea dei lavori usuranti. “Parliamone, ma usuranti davvero”. L’importante è che giovani, donne e lavoratori a tempo non finiscano “bruciati sull’altare del fine elettoralistico di prepensionare chi un lavoro ce l’ha”. Anche per questo è meglio che l’uomo delle necessità resti a palazzo Chigi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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