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Esm, l'Italia ha versato quasi 60 miliardi di euro

Angela Iannone
Esm, l'Italia ha versato quasi 60 miliardi di euro


L'ultima quota versata risale a maggio, quando Il Sole 24 Ore riportò che l'Italia aveva contribuito all'Esm - European Stability Mechanism, meglio conosciuto come Fondo Salva Stati - con circa 2,8 miliardi di euro. Cifra che si andava ad aggiungere ai 40 miliardi di euro già versati durante il governo Monti, tra il 2011 e il 2012.

Una somma che l'Italia versa in questo fondo finanziario europeo per garantire la stabilità fianziaria dell'Eurozona. Uno strumento di sostegno ai paesi membri in difficoltà finanziaria che elargisce fino a 500 miliardi di euro. Ovviamente, non a fondo perduto: la restituzione si accompagna ad una serie di manovre, tagli e riforme che vanno sotto il nome di austerity.

Secondo i dati della Banca d'Italia, la quota che l'Italia deve ancora versare prevede probabilmente altri 20 miliardi entro la fine dell'anno, più altri 20 nel 2014, stando agli impegni previsti con l'Europa attraverso le modifiche al Trattato di Lisbona. Una liquidità che l'Italia raccoglie principalmente tramite emissione di BTp o altri titoli a medio-lungo termine, vendendo cioè i titoli di Stato a prezzi di mercato.
Soldi che l'Italia ha versato per intevenire tempestivamente sulla situazione di Grecia, Portogallo e Irlanda, un investimento finanziario che diventerebbe perdita in caso di default del paese aiutato.

Nel frattempo, però, la situazione economica italiana non permette al Paese di versare questa "rata" a cuor leggero: il debito pubblico ha superato il 130% del Pil (circa 2mila miliardi di euro) e la situazione diventerà più complicata quando dall'anno prossimo i vincoli del Fiscal Compact esigeranno la riduzione della quota in eccesso di almeno una cinquantina di miliardi.
Oltretutto, della quota versata, l'Italia non ha mai usufruito per il salvataggio - nonostante l'ex membro della Bce Lorenzo Bini Smaghi ne richieda da tempo l'accesso per soccorrere il sistema bancario - puntando principalmente sui tagli alla spesa pubblica, l'aumento delle tasse e altre misure drastiche. Misure che il governo Letta prevede di continuare, come annunciato dalla sua visita al Wall Street Journal di New York: il premier ha parlato di un "commissioner", un commissario per la spending review. Un uomo incaricato ai tagli "in tutti i campi, tranne la cultura che è il nostro petrolio'', ha ribadito il premier.

Il ritorno alla spending review, dunque, per rispettare gli obiettivi di bilancio intrapresi con l'Unione Europea. Ed è la stessa Unione Europea a strigliare le orecchie all'Italia: in seguito al calo del Pil dello 0,2%, è arrivato il monito del commissario agli Affari Economici europei Olli Rehn, allarmato dagli "ultimi dati economici dell’Italia" che "non sono buoni". Preoccupato dalle turbolenze politiche ed economiche del Paese, Rehn ha dichiarato durante la prima riunione dell’Eurogruppo dopo la pause estiva che "siamo tutti consapevoli che il governo di recente ha preso chiari impegni e sta andando avanti, ma ora è importante che eviti l’instabilità e si concentri sulle riforme economiche, perché questo è quello che le serve".