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Leonardo Del Vecchio, il self-made-man divenuto re dell'occhiale

FILE PHOTO: The Luxottica name is reflected in a pair of sunglasses in this photo illustration taken in Rome

MILANO (Reuters) - La storia di Leonardo Del Vecchio, morto oggi all'età di 87 anni, richiama il mito dell'uomo che si fa da solo come quella, più recente, dei ragazzi partiti in un garage e divenuti padroni delle grandi società tecnologiche americane.

Cresciuto in orfanotrofio e divenuto uno degli uomini più ricchi d'Italia - secondo nella classifica Forbes del 2022 - il presidente di EssilorLuxottica è un esempio di quella generazione di imprenditori che ha portato l'Italia dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale a ottava potenza economica nel mondo.

DA UN PICCOLO LABORATORIO A LEADER GLOBALE DELL'OCCHIALERIA

Nato a Milano nel 1935, ultimo di quattro fratelli, perde il padre Leonardo - di origini pugliesi - poco prima della nascita. Viene affidato dalla madre fino ai 14 anni al collegio dei Martinitt, lo stesso in cui crescono altri celebri imprenditori come il re delle biciclette Edoardo Bianchi (1865-1946) e l'editore Angelo Rizzoli (1889-1970). Inizia garzone in una bottega che stampa medaglie, mentre la sera frequenta un corso di incisione all'Accademia di Brera.

Scopre il mondo degli occhiali lavorando in un piccolo laboratorio di stampi per montature. Si trasferisce nel 1961 ad Agordo, nelle montagne bellunesi, perché regalavano terreni a chi voleva creare nuove imprese. Per un decennio produce componenti per occhiali per conto terzi, ma nel 1971 fonda il marchio Luxottica e lancia la produzione di occhiali finiti. Il prodotto piace e conquista il mercato. Del Vecchio decide di crescere anche tramite acquisizioni, una spinta che accompagnerà tutta la sua carriera di imprenditore, guidata dall'idea di creare un gruppo integrato: progettazione, produzione e vendita. Nel mirino finiscono quindi anche distributori e catene retail, fino al capolavoro, a oltre 80 anni, della fusione con Essilor, il maggior produttore di lenti al mondo, con cui dà vita a un colosso globale da quasi 70 miliardi di capitalizzazione sostanzialmente privo di concorrenti.

L'OCCHIALE DIVENTA ACCESSORIO DI MODA

"Alla base delle nostre decisioni c'è il principio che bisogna essere aperti, non pensare mai di essere arrivati, guardare il mondo come proprio unico punto di riferimento", era solito dire l'ex Martinitt.

Pur parlando poco inglese, all'inizio degli anni Ottanta decide di entrare nel mercato americano e nel 1990 quota Luxottica - che ha ormai 4.500 dipendenti - a New York; dieci anni dopo sbarca anche a Piazza Affari.

Nel frattempo, ha capito che gli occhiali possono trasformarsi da strumento correttivo ad accessorio di moda. Arrivano così gli accordi di licenza con i grandi marchi del lusso, prima con Giorgio Armani (1988), poi Bulgari, Chanel, Prada, Valentino e innumerevoli altri brand.

Nel 1999 rileva negli Usa il marchio Ray-Ban, poi il californiano Oakley e intanto allarga il perimetro del gruppo ad altre catene retail dal Nord America all'Australia.

IL PIGLIO DA IMPRENDITORE E LO SCONTRO CON I MANAGER

L'impetuosa crescita, che si accompagna alla fama di Luxottica come azienda modello nelle relazioni sindacali e con i dipendenti, non è solo rose e fiori. Gli scontri tra l'imprenditore e i manager si susseguono, soprattutto dopo il 2014, con la fine del decennale rapporto con l'AD Andrea Guerra. I vertici di Luxottica si avvicendano repentinamente, finché a oltre 80 anni Del Vecchio torna a prendere in mano la gestione diretta dell'azienda come presidente esecutivo. I critici commentano che non è capace di lasciare il controllo della sua creatura, amata più dei sei figli nati da tre diverse compagne. Ma Del Vecchio spiega nel 2016 agli investitori: "Il mio sogno di imprenditore è sempre stato quello di fare gli occhiali migliori al mondo e di vederli indossare da tutti. Voglio nel giro di alcuni anni tornare nel mio ruolo di presidente non esecutivo e di azionista, lasciando al management l'azienda che sogno, fatta di eccellenza, innovazione e tradizione".

A inizio 2017, a 82 anni, il sogno che si realizza: l'annuncio della fusione tra Essilor e Luxottica. EssilorLuxottica, quotata a Parigi, raggiunge nel 2021 21,5 miliardi di ricavi con oltre 180.000 dipendenti.

Una fusione cross-border non facile, che porta di nuovo a scontri accesi tra parte del management francese e l'imprenditore, primo azionista con il 32% ma vincolato per i primi tre anni a una governance paritaria con Parigi. Allo scadere dei tre anni, riesce a imporre un AD di fiducia - il braccio destro Francesco Milleri, già alla guida di Luxottica - e a recuperare il pieno controllo del gruppo. L'innovazione resta il cuore pulsante dell'azienda e della curiosità di Del Vecchio, che punta su accordi con le Big Tech Usa per sviluppare l'occhiale del futuro, gli "smart glasses", capaci di portare chi li indossa nella cosiddetta realtà aumentata.

ANCHE UOMO DI FINANZA

L'idea tipicamente imprenditoriale per cui un azionista deve pesare sulle strategie aziendali in base a quanti soldi ha investito segna anche un'altra avventura di Del Vecchio, quella nel salotto buono della finanza italiana.

Storico azionista di Generali, il più grande gruppo assicurativo italiano, Del Vecchio ha avviato nel 2019 una progressiva scalata a Mediobanca, primo azionista della compagnia triestina ed epicentro, nel secondo '900, delle principali operazioni industriali e finanziarie italiane. Del Vecchio mette nel mirino i vertici delle due società, Philippe Donnet e Alberto Nagel. Lontano dai registratori, ne parla come di "dipendenti", a sottolineare che il manager è al servizio degli azionisti e non il capitano indipendente della nave.

A ben vedere il nodo è lo stesso che aveva portato Del Vecchio a scontrarsi a suo tempo con Guerra e con i manager che gli sono succeduti, o a portarlo ai ferri corti con i dirigenti francesi di Essilor. Nelle sue battaglie vince spesso, grazie a un patrimonio personale quasi inesauribile e alla pazienza di chi ragiona solo sul lungo termine, indifferente al passare degli anni.

Tuttavia in occasione dell'ultimo rinnovo del board di Generali ha incassato una netta sconfitta in assemblea: la lista di Francesco Gaetano Caltagirone, appoggiata da Del Vecchio, che proponeva l'ex manager triestino Luciano Cirinà come candidato Ceo in contrapposizione a Donnet sostenuto da Mediobanca e dal board uscente della compagnia, ha perso con uno scarto di circa 10 punti percentuali sul capitale totale.

Alla fine gli anni si esauriscono per tutti. Il patrimonio da oltre 27 miliardi di euro (secondo Forbes) resta alla moglie e ai figli.

(Claudia Cristoferi, editing Stefano Bernabei)

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