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Nagel, un falco alla Bundesbank. Come Weidmann, più di Weidmann

·4 minuto per la lettura
(Photo: Thomas Lohnes via Getty Images)
(Photo: Thomas Lohnes via Getty Images)

Fosse stato per lui, il massiccio programma di acquisti lanciato da Mario Draghi durante la crisi del debito sovrano non ci sarebbe mai stato. D’altronde, anche l’allora presidente della Bundesbank Jens Weidmann ne fu un fermo oppositore. Non sorprende quindi che il ministro delle Finanze, il liberale Christian Lindner, anche lui reputazione da “falco”, abbia espresso apprezzamento per Joachim Nagel con queste parole: “Una personalità di grande esperienza e sono sicuro che si impegnerà per la continuità della politica monetaria della Bundesbank”.

Continuità, o meglio nessun cambio di passo rispetto al passato, incarnato dai dieci anni trascorsi da Weidmann alla guida della Banca Centrale della principale economia dell’Eurozona, in uscita il 31 dicembre. Chi pensava che il suo successore avrebbe avuto un profilo più accomodante, meno rigido quando si tratta di intervenire a sostegno dell’economia, è destinato a restare deluso. Vale la pena ricordare che pochi giorni prima dell’attivazione del quantitative easing di Draghi, Nagel - allora membro della presidenza della Buba - sposava in toto la linea Weidmann: “La soluzione del bazooka monetario”, disse a proposito dell’iniziativa dell’ex capo della Bce, ”è un botto che va a vuoto”. “I mercati guardano volentieri agli assegni postdatati″, disse, “ma se la Bce si lascia convincere, i mercati ne gioiranno nel breve periodo e poi ricominceranno a porre questioni in modo anche più spiacevole. Avrebbero paura che la Germania è messa troppo sotto sforzo con questa soluzione. Dubiterebbero della credibilità della Bce. E avvertirebbero sui grossi rischi che si corrono con questa politica”.

Com’è noto, Draghi lanciò nel 2015 il programma di quantitative easing, il frutto monetario del suo whatever it takes, culmine di un costante lavoro di ampliamento dei mezzi monetari a disposizione della Banca Centrale Europea che oggi fanno parte della toolbox di ordinanza di Francoforte. A partire dalle maxi operazioni di finanziamento a lungo termine (Ltro), per sostenere la liquidità delle banche dell’eurozona, verso le quali lo stesso Nagel non risparmiò critiche nel lontano 2012. “La recente politica monetaria espansiva rischia di produrre una nuova bolla speculativa”, disse spiegando che “c’è il pericolo che le banche si assumano rischi che noi vogliamo invece evitare. Per questo è importante che si inizi a parlare di piani di uscita, e che lo si faccia capire anche ai mercati. Non è scontato che si prosegua sulla strada percorsa negli ultimi mesi″.

Mai nessuna bolla, né colpi a vuoto: l’esperienza ha largamente confutato le previsioni dei banchieri tedeschi, da sempre critici contro le misure di allentamento monetario introdotte da Draghi e poi implementate da Lagarde. Basti pensare che nell’ultimo Consiglio direttivo Bce che ha deciso di portare il Pepp (il maxi programma di 1.850 miliardi contro la pandemia) alla sua scadenza naturale a marzo 2022, alcuni banchieri del Nord Europa, tra cui Weidmann, si sono persino opposti al prolungamento dei reinvestimenti dei titoli in scadenza al 2024.

Nessun cambio di rotta quindi, ma a mutare rispetto a una decina di anni fa è certamente il contesto. Perché se ai tempi della crisi e negli anni successivi la Bce ha costantemente mancato l’obiettivo statuario del 2% o poco al di sotto, ora l’inflazione sta esplodendo a causa dei colli di bottiglia nelle forniture e i rialzi spropositati dei costi energetici per effetto delle riaperture dopo i lockdown. Poco importa che l’inflazione di fondo resti ancorata a valori bassi e le stime nel medio termine indichino un livello inferiore al 2%. Quello che preoccupa ora sono i prezzi e lo ha ricordato lo stesso Lindner: “Siamo in tempi di inflazione” e per questo è “importate avere una politica di stabilità della Bundesbank” su questo fronte. “Sono certo che Nagel prenderà posizione in questo senso e quindi questo è un buon segnale ai tedeschi e all’Europa”.

Parole che forse stonano con quanto sancito dal protocollo sullo statuto del Sistema europeo delle banche centrali, per il quale “i governi degli Stati membri si impegnano a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Bce o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti”. Ma in Germania, media e analisti guardano solo all’inflazione. Secondo l’Ifo, nel prossimo anno, l’inflazione dovrebbe aumentare al 3,3 per cento dal 3,1 per cento del 2021. Tuttavia, nel 2023, l’inflazione dovrebbe normalizzarsi e scendere all′1,8 per cento. “Mi aspetto e pretendo che la fine del Pepp venga effettivamente annunciata giovedi’ prossimo”, aveva detto il presidente dell’influente Ifo Clemens Fuest pochi giorni prima del Direttivo.

Nagel, di area Spd e quindi gradito al cancelliere Scholz, è già stato membro del consiglio di amministrazione della Bundesbank dal 2010 al 2016, poi è passato alla banca di sviluppo KfW e attualmente è alla Banca dei regolamenti internazionali (Bis), nota anche come la banca centrale delle banche centrali. Il 55enne ha studiato economia nella sua città natale di Karlsruhe, dove ha anche conseguito il dottorato.

Il quotidiano economico “Handelsblatt” si riferisce a lui come “un sostenitore ordo-liberale dell’economia di mercato”. In Joachim Nagel, ha commentato Carsten Brzeski, economista di ING, la Bundesbank ha guadagnato un successore “quasi naturale e formato internamente”, che dovrebbe “assumere la posizione del signor Weidmann come guardiano di una politica monetaria più conservatrice”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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