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Nuovi orizzonti per il risanamento delle banche

La Voce
 

La soluzione delle difficoltà delle banche italiane deve ancora superare passaggi impervi. Ma l’accordo fra governo e Commissione europea ha aperto nuove e praticabili strade. La ricapitalizzazione mediante fondi pubblici degli istituti che cedono crediti problematici e la creazione della bad bank.

I problemi del sistema bancario italiano

La nuova fase del Quantitative easing, decisa a marzo scorso dalla Banca centrale europea, e il connesso rafforzamento del T-Ltro (Targeted longer-term refinancing operations) hanno ridotto i rischi di liquidità per le banche dell’area euro. Viceversa, il settore bancario italiano ha un ammontare di crediti problematici (Npl) lordi che supera i 360 miliardi di euro e che è iscritto, mediamente, a valori di libro più che doppi rispetto ai prezzi di domanda, fissati da potenziali acquirenti internazionali con un orizzonte di breve termine. Le (Taiwan OTC: 8490.TWO - notizie) banche italiane che denunciano la maggiore incidenza di crediti in sofferenza sono spesso quelle con coefficienti patrimoniali vicini ai minimi fissati dalla regolamentazione e dalla vigilanza europee; pertanto, se cedessero quote significative dei loro Npl ai prezzi fissati a livello internazionale, subirebbero perdite tali da costringerle a ricapitalizzazioni difficili da realizzare. Lo schema di garanzie pubbliche su parte delle nuove obbligazioni bancarie e sulle linee di liquidità della Bce (Toronto: BCE-PA.TO - notizie) , che è stato proposto dal governo italiano e approvato dalla Commissione europea la scorsa settimana e che copre le banche solvibili, non è quindi uno strumento sufficiente a risolvere i problemi aperti nel nostro settore bancario. Ha, però, un importante valore segnaletico e apre a nuove soluzioni. Anche a causa di Brexit, il settore bancario italiano ha rischiato di trasformarsi nel catalizzatore degli shock macroeconomici negativi nell’area euro.

Con lo schema di garanzie pubbliche l’Italia abbandona l’ipotesi di affidare il riassorbimento dell’abnorme ammontare di crediti problematici a processi di lunghissimo termine. D’altro canto, accettando questo schema, l’Unione monetaria riconosce implicitamente che alcune banche italiane attraversano una crisi con potenziale impatto sistemico e che, quindi, le norme europee consentono l’introduzione di aiuti statali senza un preventivo bail-in. Ne deriva che gli interventi del fondo Atlante e le garanzie statali a condizioni di mercato sulle tranche a rischio più basso dei possibili Npl cartolarizzati, contrattate fra governo italiano e Commissione europea a gennaio 2016, sono stati e potranno essere utili per evitare risoluzioni di piccolo-medie banche incapaci di soddisfare i requisiti patrimoniali mediante l’accesso al mercato. Quegli strumenti sono, invece, inadeguati per una cessione degli Npl e per le connesse ricapitalizzazioni bancarie. Le garanzie sulle tranche senior non possono ridurre significativamente i divari fra valori medi di libro e prezzi medi di mercato degli Npl delle nostre banche. Inoltre, gli acquisti delle tranche a rischio più elevato da parte di Atlante, anche se non fossero limitati dalle disponibilità residue del fondo (circa 1 miliardo e 700 milioni, dopo le ricapitalizzazioni di Popolare di Vicenza e Veneto Banca) grazie a nuovi conferimenti di capitale, non sarebbero in grado di fissare credibili prezzi di mercato. Questi prezzi sarebbero, infatti, distorti dalle sovrapposizioni fra compratore e venditori: pressoché tutti i venditori italiani di Npl sono le banche che detengono la maggioranza assoluta del fondo acquirente; e la stessa Cassa depositi e prestiti ha, come proprietari non statali, buona parte di quelle fondazioni che sono azionisti rilevanti delle stesse banche.

Due opzioni complementari

Il fatto che gli aiuti pubblici senza preventivo bail-in siano legittimabili dalla potenziale instabilità sistemica prodotta dalle fragilità di banche italiane apre, però, due nuove opzioni fra loro complementari: ricapitalizzare mediante fondi pubblici quelle banche che si impegnano a una rapida – pur se graduale – cessione delle loro quote di crediti problematici eccedenti la media delle più solide banche europee e che, a seguito della pulizia di bilancio, accuseranno carenze patrimoniali; costruire una o più bad bank per l’acquisizione di tali quote di Npl. Anche le due nuove opzioni presentano difficoltà. Gli ostacoli cruciali della prima risiedono nel fatto che, se la ricapitalizzazione delle banche italiane fosse finanziata dal bilancio pubblico nazionale, il rapporto debito pubblico/Pil aumenterebbe di poco meno di 3 punti percentuali.

In alternativa, si potrebbe ricorrere all’Esm (il Meccanismo europeo di stabilità) sulla base delle decisioni assunte dal Consiglio europeo di giugno 2012 e adottate dal Consiglio dell’Unione Europea nel successivo luglio. In quel caso, però, l’Italia dovrebbe sottoporsi al “memorandum of understanding” previsto dalla forma ‘leggera’ di aiuto europeo. Gli ostacoli cruciali della seconda opzione richiamano quelli della prima: le nuove bad bank vanno capitalizzate e le banche originarie possono comunque richiedere ricapitalizzazioni, pur se dilazionate nel tempo, a fronte della cessione dei loro crediti problematici alle stesse bad bank. Il fatto che queste ultime necessitino di liquidità non costituisce, viceversa, un problema rilevante: l’emissione di obbligazioni e l’accesso ai finanziamenti della Bce sono coperti dal nuovo schema di garanzie pubbliche. La soluzione delle difficoltà bancarie italiane deve ancora superare passaggi impervi. L’accordo della scorsa settimana fra governo italiano e Commissione europea ha, però, aperto strade praticabili.

Di Marcello Messori

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online