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Vespignani: "Quando finirà? Fare previsioni è limitativo. Necessario vaccinare i Paesi poveri"

·4 minuto per la lettura

Ora che c’è la variante Omicron la domanda è sempre la stessa. “quando finirà?”, “quanti contagi a Natale?”. Alessandro Vespignani, epidemiologo computazionale di fama internazionale alla Northeastern University di Boston, incrocia scienza medica e mondo matematico, e in una intervista a L’Avvenire prova a spiegare la situazione. “Pretendiamo previsioni certe e poi apriti cielo se le cose andranno in modo diverso. La comunicazione di massa fa confusione tra scenari e previsioni, due cose totalmente diverse. Le previsioni arrivano al massimo a quattro settimane, chi dà certezze più a lungo termine inventa. Gli scenari invece hanno sì un lungo orizzonte temporale, ma simulano i tanti futuri possibili nell’evoluzione della pandemia, attraverso modelli elaborati al computer che tengono conto delle numerose variabili”.

La gente pensa che la scienza “cambi idea” ogni giorno. Non è così: i modelli informatici permettono di creare “mappe di probabilità” degli eventi futuri. Non ci dicono quello che di certo succederà, ma simulano scenari differenti a seconda delle varie condizioni di intervento. La pandemia ci fa tanta paura proprio perché il futuro ci è ignoto, ma quello che nei tg non viene mai spiegato è che le previsioni non dicono «settimana prossima avremo 1.500 casi» ma danno delle “forchette”, intervalli statistici che se non vengono discussi danno messaggi sbagliati. L’uso degli scenari è vitale per determinare le giuste risposte alla pandemia.

Il virus ha la sua imprevedibilità e la variante Omicron lo dimostra.

Come stiamo vedendo anche con la nuova variante Omicron, il virus ha la sua imprevedibilità. Ad esempio a novembre 2020 abbiamo fatto le nostre proiezioni, ma non potevamo sapere che durante l’estate sarebbe arrivata la variante Delta tre volte più trasmissibile. Per questo motivo tutti i modelli successivi sono mutati, come gli scenari per il futuro.

A proposito di richiamo, molti si allarmano perché dopo sei mesi il vaccino inizia a perdere efficacia. Allarmismo curioso. Per tutti i vaccini abbiamo sempre fatto booster (richiami). Ci sono vaccini per cui ne facciamo tre o più, altri per i quali il richiamo viene fatto regolarmente, quello influenzale va addirittura cambiato ogni anno, dov’è la novità? Il Sars Cov2 è un patogeno nuovo, stiamo comprendendo adesso se e quanto avremo bisogno di fare richiami, probabilmente nel futuro lo modificheremo per renderlo via via più specifico per le nuove varianti… Ci possono essere tanti sviluppi, bisogna agire in maniera serena e tranquilla come abbiamo sempre fatto con tutti i vaccini.

E sulla possibilità dei vaccini nei paesi più poveri:

È essenziale capire che non ci siamo solo noi.

Le grandi ondate epidemiche in corso in certe nazioni possono generare nuove varianti che complicano il nostro percorso verso la normalità. Per questo i Paesi sviluppati come l’Italia hanno una responsabilità globale: non possiamo immaginare di produrre vaccini solo nei Paesi ricchi, dobbiamo dare capacità di risposta scientifica, farmacologica e di ricerca anche a regioni che in questo momento non l’hanno. È un atto di generosità e allo stesso tempo il più egoista che c’è: altrimenti ci troveremo tante altre volte in questa situazione. E guardate che poteva andarci molto peggio.

Non voglio immaginare se fossimo stati investiti da una pandemia come Ebola.

Ebola ha una mortalità dal 50 al 70%, non voglio neanche arrivare lì. Mi basta dire che il Covid ha una mortalità percentualmente esigua eppure vediamo che disastri fa quando i numeri diventano enormi. Immaginatevi allora se avesse avuto il doppio di mortalità. E ricordiamoci che per molti virus e batteri un vaccino potremmo non riuscire ad averlo…

Convivremo con il Covid, dice Vespignani. Ma si dice ottimista:

L’inverno scorso in questo momento in Italia si rientrava in lockdown, c’erano oltre 3.000 persone in terapia intensiva e 30mila in ospedale, adesso grazie ai vaccini siamo a un fattore 10 di differenza negli ospedalizzati e nelle terapie intensive. Non va altrettanto bene il numero di contagi, cioè la malattia è così trasmissibile che i casi positivi sono tantissimi anche oggi, ma si finisce molto meno in ospedale.

Alla fine resterà una forma endemica?

Questo oramai è chiaro, non andremo a eradicare il Covid in un tempo vicino, diventerà endemico cioè avrà dei ritorni stagionali, ma l’importante è che il sistema immunitario a livello di popolazione faccia sì che la malattia abbia un impatto basso sul carico ospedaliero. Poi naturalmente vedremo quanto questo virus cercherà di sfuggire ai vaccini e all’immunità pregressa con altre varianti, o magari alla lunga potremo sperare in una eradicazione, chissà. Se non avviene non è un problema, abbiamo tante malattie endemiche che riusciamo a controllare bene.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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