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Volevano mandarla via, ora dà lavoro a 150 italiani: donna del Ruanda vince premio come imprenditrice dell'anno

Marie Terese Mukamitsindo (foto: Moneygram)

Spesso si sente dire in giro, tra le persone al mercato o sui social network, che ‘i migranti rubano il lavoro agli italiani’. Di certo nel caso di Marie Terese Mukamitsindo, originaria del Ruanda, si deve parlare dell’esatto opposto.

La Mukamitsindo è infatti un’imprenditrice, che dà lavoro a circa 150 cittadini italiani. La sua storia è molto particolare, e vale la pena leggerla per potersi fare un’idea su come a volte il ragionamento sui numeri non fa giustizia. Marie Terese scappò dal Ruanda nel 1996, quando in quella zona dell’Africa ci furono violente guerre civili, uccisioni di massa e violazioni dei diritti umani in ogni parte del suo e di altri Paesi.

Atterrò all’epoca all’aeroporto di Fiumicino, con tre figli di 5, 8 e 17 anni. Partita sostanzialmente senza valigia, approdò prima in Tanzania, prendendo con i risparmi il biglietto aereo per l’Italia da quel Paese. Una volta sbarcata, dormì per sei mesi in un container ghiacciato alle porte di Roma, a Fregene. Un centro d’accoglienza improvvisato, insomma. La donna non aveva il permesso di soggiorno e le venne così dato il foglio di via, nonostante i primi lavori ottenuti (come badante) e la prima integrazione nel tessuto sociale locale.

All’epoca (in quel momento alle porte del terzo millennio) non ci fu nemmeno un accenno di razzismo nei suoi confronti, o di diffidenza: tutti i suoi conoscenti, italiani e non, fecero di tutto per permetterle di rimanere. I concittadini di allora, in quel di Sezze in provincia di Latina, fecero una sottoscrizione da portare in questura, in modo da facilitare il permesso di soggiorno. Che, finalmente, arrivò.

Grazie al riconoscimento della laurea ottenuta nel paese natìo e al talento imprenditoriale, ora Marie Terese gestisce centri d’accoglienza, certo migliori di quello in cui era finita lei, che accolgono 800 richiedenti asilo, e che danno lavoro a 159 persone, tra le quali ci sono assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali. Di questi 159, 147 sono italiani.

Oggi la cooperativa Karibu gestisce una serie di case per minori e centri Sprar, con laboratori di lingua, corsi di cucina e di cucito, perché come dice lei “l’assistenzialismo senza educazione è inutile“. Nel frattempo, ha vinto con merito il premio di miglior imprenditrice immigrata dell’anno, offertole dalla società MoneyGram. La sua storia insegna che a fare di tutta l’erba un fascio si rischia di bruciare anche dei fiori rigogliosi.

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