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Bitcoin: la fuga di capitali cinesi e il suo ruolo

Lorenzo Cuzzani
Per Adamant Capital la guerra dei dazi tra Usa e Cina influenza il trend del Bitcoin

Diversi stakeholder del Bitcoin e il resto del comparto cripto hanno provato a delineare cosa ci sia dietro la recente ascesa della cripto nakamotiana.

Tra gli altri, risulta utile documentare un report di Adamant Capital diffuso da Tuur Demeester, sempre impegnato a rendere trasparente quello che a prima vista non appare tale.

Il report statuisce che dopo un andamento interlocutorio mantenuto per dodici giorni tra un range di 7000 e 8000 dollari, le chance di arrivare a quota 10.000 dollari sono concrete se la tendenza al rialzo si mantiene costante.

In disamine precedenti, Adamant Capital aveva posto l’accento su un insieme di fattori la cui influenza sul Bitcoin non era da sottovalutare. Tra questi spiccano l’accumulo di token da parte sia di family office (enti finanziari che gestiscono patrimoni di famiglie facoltose più o meno grandi ndr) sia di istituzioni e rilevanti strette criptovalutarie atte a colpire in maniera significativa il trend nakamotiano. Senza dimenticare l’importanza del coinvolgimento di investitori uscenti attraverso importanti scambi proprio attraverso prelievi di Bitcoin.

Quel che più rileva, per Adamant Capital, relativamente alla fluttuazione del prezzo del BTC, è l’effetto della continua guerra dei dazi tra Stati Uniti d’America e Cina.

Nel dettaglio, Adamant Capital afferma che “sembra che abbiamo sottovalutato un fattore: la fuga dei capitali dalla Cina. Il 5 maggio, lo yuan cinese ha cominciato a indebolirsi rispetto al dollaro statunitense e tredici giorni dopo era scambiato di 2,5 volte meno, una grande mossa in termini di forex. Sorprendentemente, era anche la settimana in cui il BTC ruppe la resistenza a livello 6500 dollari. In breve, c’è una significativa possibilità che investitori cinesi spinsero il Bitcoin verso un andamento al rialzo quest’anno.”

Il report di Adamant Capital ha inoltre tirato fuori dati storici e li ha connessi con l’attuale atmosfera che circonda il Bitcoin. Il comunicato annunciava che nei primi mesi del 2016 la ragione per cui molti investitori aprirono posizioni lunghe sul BTC era proprio per la fuga di capitali cinesi.

Al riguardo, si rimanda anche a quanto detto da Arthur Hayes, amministratore delegato di BitMex: “Non fare errori, solo perché non vedi Okcoin (exchange cripto di San Francisco ndr) e Huobi (exchange cripto di Singapore ndr) mettere su un grande volume di scambi in Cina non vuol dire che abbiano smesso di servire il mercato cinese. Il mercato over the counter è vibrante e queste sedi hanno trovato modi politicamente accettabili di permettere a compratori e venditori di incontrarsi in Cina”.

Il leader di Adamant Capital, Tuut Demeester ha inoltre segnalato che la presente curva parabolica del Bitcoin rappresenta il più rapido incremento in profitti irrealizzati da gennaio 2012. Questa considerazione è anche usata per illustrare che se il BTC realizza 9000 dollari come picco, allora potrebbe verificarsi un crollo del prezzo, spingendo la stessa cripto ad attestarsi tra quota 6800 e 7680 dollari.

Dal report di Adamant Capital ne deriva un quadro chiaro di collegamento tra il contesto cinese e l’andamento della criptovaluta più famosa al mondo.

Tra concordi e scettici al riguardo, sarà possibile valutare l’effettività dell’analisi posta in essere dalla società di Austin solo al termine della guerra dei dazi tra le due super potenze Usa e Cina.

This article was originally posted on FX Empire

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