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Bozza Cop26: rinuncia ai combustili fossili ma rimane solo un invito (di A. Cianciullo)

·4 minuto per la lettura
(Photo: via Associated Press)
(Photo: via Associated Press)

Una vittoria lessicale del fronte ambientale. L’innominabile, i “combustibili fossili”,
è stato finalmente evocato nelle sette pagine della prima bozza di accordo che da oggi circola alla Cop26 di Glasgow. Non è un fatto formale perché le parole pesano e nemmeno l’Accordo di Parigi citava i combustibili fossili.

Ma l’espressione viene servita con i guanti bianchi della cortesia diplomatica: si
chiarisce che è un semplice invito: “Calls upon Parties to accelerate the phasing out of coal and subsidies for fossil fuels”. Si fa presente che non sarebbe male accelerare la dismissione di carbone, petrolio e gas. Per trovare il perché però bisogna prendere a caso uno dei tanti autorevoli documenti usciti nei giorni scorsi. Ad esempio il rapporto del Met Office in cui si dice che, con un aumento di temperatura di oltre due gradi, un miliardo di persone rischiano un coccolone quando le città si trasformano in saune come è avvenuto nel 2003 in Europa (70 mila morti aggiuntive).

Dopo che il segretario delle Nazioni Unite aveva dichiarato il codice rosso per la crisi climatica, molti si aspettavano qualcosa di più da questo documento. Le squadre negoziali stanno facendo un duro lavoro in questi ultimi giorni per trasformare le promesse in azioni sul cambiamento climatico. C’è ancora molto da fare, ha dichiarato il premier inglese Boris Johnson. Una certa insoddisfazione è emersa anche dal governo tedesco che vorrebbe chiarire che i maggiori emettitori devono fare di più.

Più decisi gli ambientalisti. Oxfam si è dichiarata delusa. Per Jennifer Morgan,
direttrice di Greenpeace International, la bozza è “nient’altro che una timida richiesta ai governi di fare di più. Servono un piano sui fondi per l’adattamento alla crisi climatica, con cifre nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, e un impegno concreto dei Paesi più ricchi per sostenere le nazioni più povere”.

Secondo Mariagrazia Midulla, del Wwf, tuttavia “ci sono elementi che potrebbero
portare a risultasti positivi. Ad esempio l’accenno ai combustibili e all’eliminazione del carbone, sia pure senza data. Certo da soli non bastano: manca un piano di lavoro per portare a casa una decisa e rapida riduzione delle emissioni”.

In realtà già per arrivare a questo testo c’è stata una trattativa senza pause durante 48 ore. E di fronte ai delegati ce ne sono adesso altre 48 per provare a migliorarlo. Vale la pena vedere su quali punti l’accordo è stato raggiunto e cosa è ancora in discussione.

L’obiettivo. Sull’obiettivo da raggiungere non ci sono discussioni. È quello indicato nel 2015 dall’accordo di Parigi: da allora non è stata cambiata una virgola. Oggi siamo poco sopra un grado di aumento della temperatura rispetto all’era preindustriale e i climatologi ci spiegano che avremmo dovuto smettere di bruciare combustibili fossili ieri, in modo da evitare quello che è già successo. Adesso il primo obiettivo utile è fermarsi a 1,5 gradi: avremmo comunque un incremento di uragani e siccità, ma in una misura affrontabile. Però per arrivarci dobbiamo muoverci subito e con decisione. La seconda linea di difesa indicata dall’accordo è fermarsi a 2 gradi, la soglia oltre la quale, secondo gli scienziati, gli effetti della crisi climatica potrebbero produrre contraccolpi tale da mettere in discussione l’intero sistema sociale.

La bozza “esprime allarme e preoccupazione per il fatto che le attività umane hanno causato circa 1,1 gradi di riscaldamento globale fino ad oggi e che gli impatti si stanno già facendo sentire in ogni regione”. Le proiezioni non vengono citate, ma vari studi presentati alla Cop26 spiegano che con gli impegni già presi dagli Stati si va verso un aumento di 2,7 gradi. Mettendo in bilancio tutte le promesse fatte a Glasgow (ma già in parte ritrattate) si riuscirebbe a stare sotto i 2 gradi. In discussione dunque c’è la formula per dare sostanza a un impegno finora dichiarato in forma molto sportiva.

I tagli delle emissioni. Anche su questo aspetto la bozza si allinea alla linea indicata dai climatologi: “Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2100 richiede una rapida, profonda e prolungata riduzione delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione globale delle emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e lo zero netto intorno alla metà del secolo”. Intorno alla metà del secolo e non il 2050 come data secca: si prende atto delle indicazioni per la decarbonizzazione date da Cina, Russia e India (2060 le prime due, 2070 l’India).

La revisione degli impegni nazionali. Il meccanismo varato dall’accordo di Parigi prevede una revisione ogni 5 anni. Visto l’andamento delle emissioni serra, il fronte ambientalista chiede appuntamenti annuali per correggere la rotta in tempo reale.

Chi paga? Su questo aspetto il testo è più esplicito: bussa a denari. Il documento “rileva con grave preoccupazione che gli attuali finanziamenti per l’adattamento sono insufficienti per rispondere al peggioramento dell’impatto del cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo”. E invita “il settore privato, le banche multilaterali di sviluppo e altri finanziatori istituzioni a fornire le risorse necessarie per realizzare piani climatici”. Si ricorda anche l’impegno a versare 100 miliardi di dollari l’anno ai Paesi più poveri e più colpiti. Il meccanismo economico resta uno dei punti critici da mettere a fuoco.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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