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Combustibili fossili, saliti di 10 volte i costi di estrazione

·4 minuto per la lettura
Coal-fired power station in Castle Peak (Photo: CHUNYIP WONG via Getty Images)
Coal-fired power station in Castle Peak (Photo: CHUNYIP WONG via Getty Images)

(di Francesco Sellari)

Ricordate la Deepwater Horizon? In origine era una innovativa piattaforma estrattiva, capace di succhiare petrolio da oltre 10 mila metri di profondità. Oggi è il nome col quale indichiamo uno dei più grandi disastri ambientali della storia, quello che si è verificato nel Golfo del Messico nel 2010. La piattaforma, di proprietà della Transocean, era noleggiata dalla British Petroleum. L’ultimo contratto prevedeva un esborso di 544 milioni di dollari per il triennio 2010-2013. Solo l’affitto, senza considerare i costi operativi, ammontava a quasi 500 mila dollari al giorno. Un investimento necessario ed evidentemente conveniente per BP, allora. Ma i costi sono destinati a salire perché trovare e lavorare il petrolio diventa sempre più difficile e oneroso. Fino a quando il gioco varrà la candela?

Oltre gli alti costi ambientali, a certificare le difficoltà di questo processo produttivo ci sono diversi studi. L’ultimo dei quali, realizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche, è stato pubblicato sulla rivista Biophysical Economics and Sustainability. I dati presi in esame riguardano le risorse estratte nel ventennio 1999-2018 dalle trenta maggiori compagnie che coprono una quota tra il 60 e il 65% della produzione oil & gas. In linea con altre stime precedenti, la ricerca italiana indica che la convenienza nell’estrarre idrocarburi è calata, in meno di un secolo, del 90%.

Un dato illustrato dall’andamento dell’Eroi, l’Energy return on investment. L’Eroi quantifica la resa dell’investimento energetico effettuato. Negli anni ’30, il rapporto era di 100:1. Ovvero, era necessario l’equivalente energetico di un barile di petrolio per estrarne 100. Col tempo questo dato è peggiorato. Lo studio registra un rapporto di 11:1 nella decade 1998-2008, 10:1 in quella successiva. Oggi, quindi, con lo stesso investimento energetico otteniamo solo 10 barili.

Autore dello studio è Luciano Celi dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa. “Sono due i motivi principali per cui l’indice Eroi è così basso”, spiega. “Le fonti sono sempre più difficili da raggiungere e il processo di raffinazione si fa sempre più complesso. Il ‘petrolio facile’ era quello degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, quando in Texas bastava fare un buco per trovarlo. Esaurito quello, bisogna andare a cercarlo in maniera sempre più fine. Le tecnologie sono migliorate moltissimo e la geologia mineraria ha fatto passi da gigante. Ma la scienza e la tecnica possono compensare fino a un certo punto. Bisognerà comunque investire sempre più energia e sempre più risorse per estrarre e lavorare combustibili fossili”.

I dati sui quali si basa lo studio sono pubblici e sono elaborati dalle stesse compagnie petrolifere. Sono i report annuali a beneficio degli investitori e i bilanci di sostenibilità. Partendo dai dati sulle emissioni di CO2 presenti in questi ultimi, Celi è riuscito a quantificare l’impatto energivoro delle attività di estrazione e raffinazione: “Le compagnie petrolifere cercano di andare avanti con il loro business, ma i loro tecnici queste cose le sanno. Sanno che le risorse petrolifere sono destinate a una resa sempre minore”.

Esiste un indice del genere per le fonti rinnovabili? “Mentre per il petrolio siamo arrivati a un accordo nella comunità scientifica”, risponde Celi, “per le rinnovabili la questione è più controversa. L’indice può variare di molto in funzione di cosa inseriamo nel calcolo dell’energia necessaria per produrre un pannello fotovoltaico o una pala eolica”. In altre parole, più saliamo a monte nel processo produttivo più l’Eroi delle rinnovabili cala. “I valori dell’Eroi per le rinnovabili sono più ballerini”, prosegue. “Variano di molto: qualcuno arriva a considerare addirittura l’energia che l’escavatrice utilizza per estrarre il silicio utilizzato nei pannelli. In termini di buon senso scientifico, possiamo dire che siamo arrivati a un punto di pareggio. Nella letteratura scientifica sulle rinnovabili troviamo un Eroi confrontabile con quello attuale del petrolio. Quindi 10:1 ma, a seconda degli studi che si prendono in considerazione, talvolta anche più alto”.

La produzione di combustibili fossili è destinata, quindi, a essere sempre più inefficiente. E l’analisi costi-benefici sembra penalizzare la tecnologia del CCS, la cattura e lo stoccaggio del carbonio necessaria ad abbattere le emissioni degli impianti alimentati con i combustibili fossili. Una tecnologia discussa e, a quanto sostiene un altro recente studio firmato da ricercatori delle Università di Trieste e Padova, antieconomica. La ricerca ha provato a capire se conviene applicare soluzioni per stoccare nel sottosuolo la CO2 emessa dalle centrali a carbone e gas.

“L’operazione è tecnicamente fattibile”, si legge in una nota diffusa dall’ateneo triestino. “Ma ha altissimi costi energetici ed ambientali che ne sconsigliano di fatto l’utilizzo. Alcuni numeri: l’energia netta prodotta da un impianto a gas naturale da 560 megawatt cala tra il 56% ed il 70% a seconda delle tecnologie CCS usate e l’introduzione della CCS comporta un extra costo che oscilla tra i 53 ed i 100 euro a megawattora”. Lo studio è stato pubblicato dalla rivista scientifica di settore Energy Conversion Management.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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