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Il derby globale tra inquinatori di ieri e di oggi

·10 minuto per la lettura
Emissioni (Photo: Getty&Ansa&HP)
Emissioni (Photo: Getty&Ansa&HP)

Possono i Paesi responsabili di oltre la metà delle emissioni di gas serra dal 1750 a oggi avanzare rigide pretese da chi ne è responsabile per circa un quinto? Sono passate solo poche ore dalla fine del G20 quando la distanza tra le posizioni di Usa e Ue da un lato, Cina e Russia dall’altro è tornata a essere enorme, proprio come lo era alla vigilia del summit romano. Terminati gli incontri nella Capitale, alla Conferenza Cop26 che si è aperta a Glasgow è passato il testimone e soprattutto l’onere di portare avanti il dialogo sul raggiungimento degli obiettivi climatici per contenere il riscaldamento globale. Dopo Roma il bicchiere è senza dubbio mezzo vuoto: c’è l’impegno a mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, il riconoscimento che è scientificamente dimostrata la necessità di intervenire, ma è scomparsa la deadline del 2050 per un mondo a zero emissioni sostituita da un più generico “entro o attorno” metà secolo. L’obiettivo di 1,5 gradi “resta in bilico” dopo il G20, “per il momento non ci siamo”, ha sintetizzato il premier britannico Boris Johnson.

L’intesa è mancata a causa della contrarietà di alcuni Paesi, tra cui spiccano Cina, India e Russia. È con loro che Joe Biden se l’è presa prima di lasciare Roma per dirigersi a Glasgow: “C’è disappunto legato al fatto che non si sono palesati sugli impegni relativi al cambiamento climatico, sono stato deluso”, ha attaccato il presidente degli Stati Uniti. Disappunto legato essenzialmente all’orizzonte che i due Stati si sono dati per raggiungere la neutralità climatica: il 2060, o detta diversamente dieci anni in più rispetto all’obiettivo stabilito da gran parte dei Paesi occidentali. Per la Russia “il 2050 non è un numero magico, se questa è l’ambizione dell’Ue, altri Paesi hanno altre ambizioni”, ha avvisato il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov a margine del G20. “La Russia cercherà di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060 respingengo vuote ambizioni”, anche perché “il 2050 era stato concordato in ambito G7, quindi non è stato elegante e rispettoso” presentarlo al G20. Il Cremlino ha quindi replicato alle accuse americane: “Mosca è attivamente impegnata nell’agenda climatica ed è davanti all’Europa in diversi parametri della transizione energetica”.

Da Pechino è arrivata una risposta analoga a quella russa: “Negli ultimi 200 anni di industrializzazione i Paesi sviluppati hanno avuto una responsabilità ineludibile sulle emissioni di gas serra” e “storicamente gli Stati Uniti si sono rifiutati di ratificare il Protocollo di Kyoto e si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, minando gravemente la fiducia e l’efficacia della cooperazione globale nell’affrontare il cambiamento climatico”.

Putin non è intervenuto alla conferenza climatica di Glasgow, nemmeno in video perché è un formato non previsto dal vertice, mentre Xi Jinping ha inviato un messaggio scritto. La posizione di Pechino è chiara ed è stata ufficializzata quattro giorni prima dell’inizio del summit di Glasgow con la presentazione all’Onu del suo piano aggiornato di riduzione delle emissioni. Gli obiettivi sono di raggiungere il picco entro il 2030 e la neutralità dal carbonio entro il 2060. Secondo gli analisti, si tratta di piccoli miglioramenti sul piano esistente ma tutt’altro che sufficienti di fronte a un Paese responsabile di oltre un quarto di tutto l’inquinamento da carbonio.

La Cina resta infatti il più grande produttore di gas serra al mondo. Nel 2019, secondo il centro di ricerca indipendente Rhodium Group, ha prodotto circa il 27% delle emissioni globali di gas serra, gli Stati Uniti “solo” l′11%, l’India il 6,6%, l’Unione Europea il 6,4%, l’Indonesia il 3,4% e la Russia il 3,1%. Oggi, quindi, la Repubblica Popolare ha superato i Paesi sviluppati, triplicando i suoi livelli dal 1990 e incrementandoli di un quarto nell’ultimo decennio. Ma in Cina vivono oltre 1,4 miliardi di persone, motivo per cui le emissioni di un cinese medio sono largamente inferiori a quelle prodotte da un americano, 10 tonnellate contro 17,6. Questa discrepanza si spiega in parte con il differente stile di vita: gli americani guadagnano di più, possiedono più auto a benzina e volano mediamente più di un cinese. Ma le emissioni pro capite della Cina stanno raggiungendo rapidamente quelle delle nazioni più ricche e negli ultime 20 anni sono quasi triplicate.

Non sorprende quindi che, replicando a Biden, Pechino abbia ricordato che “le emissioni cumulative pro capite storiche Usa sono otto volte superiori alle nostre”. In altre parole, la Cina rivendica quel “diritto” a inquinare, a sostegno della sua crescita economica, di cui in passato Stati Uniti ed Europa hanno largamente abusato. Oggi il Nord America è responsabile del 30% delle emissioni cumulative globali, il Vecchio Continente addirittura del 33%. Il singolo Paese che da solo ha contribuito di più sono gli Stati Uniti che hanno emesso più di qualsiasi altro Paese al mondo (25%). Numeri che nella disputa climatica in corso tra Occidente e Oriente non si può far finta di non vedere e che Russia e Cina hanno buon gioco a ricordare. E a ragione, dal momento che una quota significativa di gas serra emessi resta nell’atmosfera per centinaia di anni. Come riconosciuto anche dal premier italiano Draghi: “Non credo si ottenga molto sul clima indicando i Paesi colpevoli e i Paesi innocenti, perché i colpevoli sono moltissimi e gli innocenti sono pochissimi”.

Come ricorda il Rhodium Group, la storia della Cina come principale emettitore è relativamente breve rispetto ai Paesi avanzati, molti dei quali hanno avuto più di un secolo di vantaggio, e l’attuale riscaldamento globale è il risultato delle emissioni tanto del passato recente tanto di quello più lontano. Dal 1750, i membri del blocco OCSE hanno emesso quattro volte più CO2 cumulato rispetto alla Cina, pertanto “Pechino ha ancora molta strada da fare prima di superare l’OCSE in termini di contributo cumulativo”.

Oggi tuttavia c’è una maggiore consapevolezza dei rischi climatici legati all’inquinamento umano, e sarebbe miope relegare la questione a un mero regolamento di conti ed emissioni tra potenze. Al tempo stesso sarebbe ipocrita negare che una buona parte della produzione cinese inquinante è destinata a servire i mercati occidentali. Pechino produce più della metà del carbone a livello mondiale, e lo considera vitale per la sua economia; inoltre produce metà dell’acciaio e del cemento, settori altamente energivori. Lo stesso vale per la Russia con i suoi giacimenti di gas, fonte fossile seppur meno inquinante del carbone, la cui importanza strategica si è mostrata in tutta la sua evidenza in queste settimane di grave carenza della materia prima e taglio delle forniture da parte del colosso statale Gazprom all’Ue. Quanto alle rinnovabili, gli Usa sebbene si siano avvantaggiati per molti più anni dell’energia prodotta con combustibili fossili, non sono in una posizione tanto virtuosa: nel mix energetico americano, le fonti green rappresentano solo il 9% del consumo nazionale, contro il 10% cinese. Secondo Enerdata, nel 2020 la Cina ha prodotto 745mila gigawattora di energia da energia eolica e solare, mentre gli Stati Uniti 485mila gigawattora.

Nella sua dichiarazione scritta inviata alla Cop26 di Glasgow, il presidente Xi Jinping ha invitato tutte le parti “a intraprendere insieme azioni più forti”, sottolineando che attualmente gli effetti negativi del global warming “sono sempre più evidenti” e che “l’urgenza di un’azione globale continua a crescere”. Un portavoce della Repubblica popolare ha anche elencato una serie di dati per “misurare” lo sforzo delle principali parti responsabili dei gas serra: “Nei Paesi sviluppati, dal picco del carbonio alla sua neutralità, l’Ue impiegherà 71 anni, gli Stati Uniti 43 e il Giappone 37, mentre la Cina solo 30 anni”, secondo i programmi. Emerge comunque una urgenza condivisa legata alla piena consapevolezza, oggi più di ieri, dei disastri climatici causati dall’inquinamento atmosferico. Tuttavia la consapevolezza non basta: secondo Climate Action Traker, gli impegni assunti fin qui da Pechino sono ancora “insufficienti” per rispettare il limite di 1,5°C degli accordi di Parigi, e più coerenti con un riscaldamento globale di 3°C.

Emissioni (Photo: Our World Data)
Emissioni (Photo: Our World Data)

Sul fronte russo, la delegazione del Cremlino presente a Glasgow ha presentato il piano ‘green’ di Mosca sulla falsariga di quello cinese: entro il 2050 il taglio delle emissioni all′80% rispetto al 1990 e del 60% rispetto al 2019. Anche qui, obiettivo neutralità carbonica spostato al 2060. Il Brasile ha appena alzato i suoi target climatici e prevede di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 50% entro il 2030, aumentando il precedente impegno che era pari al 43%.

Secondo il premier britannico Johnson “ancora non ci siamo” e “abbiamo un minuto prima dello scoccare della mezzanotte”, quando sarà troppo tardi per invertire la rotta del riscaldamento climatico. Tutti sono quindi convinti della necessità di agire da subito ma tutti sono al tempo stesso in ritardo sulla tabella di marcia, chi più chi meno. E darsi obiettivi ambiziosi non è una garanzia che siano raggiunti. L’esempio Italia: sul fronte delle rinnovabili tra il 2021 e il 2030 sono necessari 7,5 GW all’anno ma ora si arriva a malapena a 0,8 GW. E comunque potrebbe non bastare: “Nel lungo periodo dobbiamo essere consapevoli che le energie rinnovabili possono avere dei limiti”, ha detto Draghi da Glasgow. Oggi inoltre circolano in Italia ancora venti milioni di auto vecchie e inquinanti, e l’elettrico rappresenta solo il 3% del mercato che si spera diventi il 50% nel 2035. Per non parlare dello stato dell’arte per quanto riguarda le infrastrutture di ricarica.

I ritardi accumulati negli anni si riflettono sui livelli record delle concentrazioni dei gas serra. Nel 2020 la CO2 è arrivata a 413,2 parti per milione (ppm), il metano a 1889 parti per miliardo (ppb) e il protossido di azoto a 333,3 parti per miliardo. Sono, rispettivamente, il 149%, il 262% e il 123% dei livelli pre-industriali. Come racconta il rapporto presentato dall’Organizzazione meteorologica mondiale dell’Onu a Glasgow le temperature medie globali sono già aumentate di 1,09 gradi dal 1750. Altri 0,41 gradi e l’obiettivo massimo di 1,5 gradi va a farsi benedire. Il rapporto elenca le conseguenze concrete e visibili nel 2021: ondate eccezionali di calore hanno colpito il Nord America occidentale a giugno e luglio, con temperature da 4 a 6 gradi sopra le medie e centinaia di morti per il caldo e gli incendi. La Valle della Morte in California è arrivata a 54,4 gradi. Temperature estreme hanno colpito anche la regione del Mediterraneo. L′11 agosto in Sicilia si sono toccati i 48,8 gradi, record europeo. Kairouan in Tunisia è arrivata a 50,3. Montoro con 47,4 ha registrato il record della Spagna, Cizre con 49,1 quello della Turchia. Anche qui, gli incendi si sono propagati, con morti e danni miliardari.

Gli appelli dei leader politici a fare presto e a stabilire obiettivi più vincolanti si sprecano: “Non siamo ancora al punto dove abbiamo bisogno di arrivare, dove dobbiamo arrivare”, ha detto la cancelliera uscente Angela Merkel. “Sappiamo che i Paesi sviluppati hanno una speciale responsabilità e ciò è particolarmente vero per la Germania e credo che sia essenziale per la credibilità dei Paesi industrializzati fornire i fondi che abbiamo promesso”. Gli Stati avanzati hanno infatti promesso di finanziare con 100 miliardi di dollari all’anno i Paesi in via di sviluppo e l’Ue è decisa “a mantenere gli impegni”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, con trenta miliardi. Il premier italiano Mario Draghi ha lanciato da Glasgow la proposta di una task-force pubblico-privata: “Abbiamo bisogno che tutte le banche multilaterali e in particolare la Banca mondiale condividano con il settore privato i rischi che il privato non si può permettere. Abbiamo bisogno di piattaforme. Ciò che rende complicati i negoziati di questo tipo è che i vari Paesi hanno condizioni di partenza diverse”. Insomma, non ci sono “colpevoli e innocenti”. Ma una notizia buona c’è: “I soldi non sono un problema se vogliamo usarli bene”. E ne serviranno tanti per convincere i Paesi più renitenti come la Cina, senza la quale nessuna intesa multilaterale può davvero essere siglata, o come l’India, che dal palco di Glasgow ha annunciato di voler arrivare a zero emissioni solo nel 2070, obiettivo che non lascia ben sperare nella riuscita della Cop26, dopo un G20 deludente.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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