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Meno tasse per i redditi medio-bassi. La controproposta di Confindustria

·26 minuto per la lettura
ROME, ITALY - 2021/09/23: The president of Confindustria Carlo Bonomi attends the press conference of the annual conference of Confindustria, at the Palazzo dello Sport.
Confindustria, is the Italian employers' federation and national chamber of commerce. (Photo by Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images/LightRocket via Getty Images) (Photo: SOPA Images via Getty Images)
ROME, ITALY - 2021/09/23: The president of Confindustria Carlo Bonomi attends the press conference of the annual conference of Confindustria, at the Palazzo dello Sport. Confindustria, is the Italian employers' federation and national chamber of commerce. (Photo by Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images/LightRocket via Getty Images) (Photo: SOPA Images via Getty Images)

Non 302 euro, come prevede la riforma del Governo, ma uno sgravio molto più consistente per i lavoratori con un reddito lordo di 24mila euro: 515 euro. E per chi ha un reddito di 28mila euro, il beneficio in busta paga sarebbe stato di 601 euro, superiore di ben 371 euro rispetto all’importo dello schema inserito nella legge di bilancio. Eccoli i numeri che il presidente di Confindustria Carlo Bonomi mette nero su bianco per bocciare “il paradosso incredibile” delle scelte fatte sulle tasse e per spiegare perché la proposta degli industriali sarebbe stata “la più conveniente, rendendo i lavoratori più occupabili e migliorando la competitività delle imprese”. Con un titolo: le buste paga sarebbero state molto più corpose per i lavoratori con redditi medio-bassi, fino a 35mila euro.

Le simulazioni, elaborate dal Centro studi di viale dell’Astronomia, sono contenute nella lettera, di cui Huffpost è in possesso, che Bonomi ha inviato ai presidenti delle associazioni confederate del sistema confindustriale in occasione delle feste natalizie per tracciare un bilancio dell’anno. Come si evince dalla tabella, l’impianto di Confindustria avrebbe generato un beneficio maggiore per tutte le fasce di reddito che vanno da 19mila a 35mila euro. Un altro esempio, proprio per chi ha un reddito di 35mila euro: avrebbe ottenuto 751 euro di sgravio invece dei 385 euro previsti. Tutto vincolato, però, all’opzione degli industriali e cioè usare gli 8,5 miliardi disponibili per tagliare il cuneo contributivo, non come ha fatto il Governo, che ne ha utilizzati 7 per rimodulare le aliquote Irpef e ridisegnare le detrazioni (“un intervento minimale” lo definisce Bonomi alla luce di un gettito che nel 2019 è stato di circa 192 miliardi) e 1,5 per la decontribuzione in favore dei redditi dipendenti fino a 35mila euro lordi.

Tabella taglio cuneo Confindustria (Photo: Confindustria)
Tabella taglio cuneo Confindustria (Photo: Confindustria)
Tabella taglio cuneo Confindustria (Photo: Confindustria)
Tabella taglio cuneo Confindustria (Photo: Confindustria)

Lo sgravio sarebbe andato per due terzi ai lavoratori e per un terzo alle imprese. Prendiamo un’altra simulazione, quella per un reddito da 19mila euro: il risparmio per il lavoratore sarebbe stato di 408 euro (17 euro in più rispetto alla riforma del Governo) mentre quello per l’impresa avrebbe avuto un importo di 282 euro.

“Lo slancio inizia a vacillare, nuovi rischi da affrontare”. E il Patto per l’Italia non è decollato

La lettera di Bonomi non si esaurisce nella forte critica all’impianto per il taglio delle tasse. Rimarca, in positivo, il cambio di passo sul Pnrr e sulla gestione della pandemia impresso da Mario Draghi (la lettera si chiude con le parole del premier sui corpi intermedi di Luigi Einaudi), oltre alla ritrovata credibilità dell’Italia sul piano internazionale. Ma “la triplice dose di fiducia somministrata dal Governo”, che ha portato al rimbalzo del Pil superiore al 6%, deve fare i conti con “nuovi rischi da affrontare”.

Il problema è anche il metodo. Il presidente di Confindustria chiama tutti, a iniziare dai sindacati, a prendere coscienza del fatto che il Patto per l’Italia, proposto dagli industriali a metà del 2020, non ha preso forma. È la “convergenza sociale e politica” che anche il premier si era impegnato a rilanciare e che adesso viene posta nuovamente come una via obbligata per orientare le prossime scelte su fisco, lavoro e welfare. “O si lavora insieme - scrive Bonomi - modificando in maniera coerente e organica tutte queste leve, oppure l’effetto sulla crescita e la coesione sociale rischia di tornare minimale, con tassi di sviluppo inferiori al 2% annuo. Questo non ce lo possiamo permettere, anche in ragione dell’elevato debito pubblico, se non vogliamo condannarci a tassi di disoccupazione tre volte superiori a quelli della Germania”.

La manovra guarda all’interesse della politica, non alla crescita

È la legge di bilancio la spia che per Bonomi indica “uno slancio iniziale che inizia a vacillare”. Parla di “insofferenza crescente dei partiti” e di una manovra che invece di essere la prima del ciclo Pnrr, “un mattone fondativo della svolta, ha guardato più al breve periodo, di interesse della politica, piuttosto che al medio periodo, d’interesse per la crescita”. Ai partiti viene imputata la logica delle bandierine che ha rifinanziato il reddito di cittadinanza, ma anche le misure per l’anticipo pensionistico. Durissima la critica per i danni causati alle imprese: ”Il conto della maggior spesa corrente determinata in tal modo è stato presentato alle imprese: la soppressione del Patent Box, il più rapido calo pluriennale degli incentivi alla ricerca e all’innovazione, gli aggravi d’imposta dovuti al “dietrofront” sulla disciplina di riallineamento e rivalutazione dei beni immateriali d’impresa”.

Le imprese rischiano “impatti devastanti” sui conti per il caro energia. No a interventi tampone, raddoppiare la produzione di gas

Le imprese soffrono il caro energia, con il prezzo del gas cresciuto del 370% da inizio anno. Con la manovra il Governo ha stanziato altri 3,8 miliardi per calmierare i costi delle bollette di luce e gas, ma per Bonomi “gli interventi tampone”, principalmente a vantaggio delle famiglie, “non risolveranno affatto il problema”. Il problema riguarda le filiere industriali, il rischio è quello di “impatti devastanti sui conti” e “addirittura sulla continuità produttiva”. La proposta: sbloccare l’estrazione di risorse aggiuntive di gas italiane, in modo da raddoppiarne agevolmente la produzione attuale, fino a un terzo e oltre dei consumi industriali annuali.

Dai sindacati “posizioni ideologizzate” su Covid e lavoro

Lo sciopero generale di Cgil e Uil è bollato come “l’esatto opposto” della convergenza che serve al Paese, “come ha invece colto la Cisl” che non è scesa in piazza. Bonomi ricorda le esperienze positive con i sindacati durante la prima ondata della pandemia, cioè il modello dei protocolli di sicurezza sul lavoro condivisi, ma poi le titubanze iniziali sui vaccini da parte delle organizzazioni sindacali, si legge sempre nella lettera, sono sfociate in “posizioni ideologizzate” che hanno impedito un confronto costruttivo sulle politiche attive del lavoro, ma anche sulla sicurezza.

Massima condivisione possibile per il Quirinale, no a “contrapposte pulsioni”

La convergenza auspicata da Bonomi tocca anche il tema del Quirinale. “Continueremo a batterci - scrive - perché lo spirito di responsabilità prevalga. E ad augurarci che, innanzitutto, tra poche settimane, nella scelta che il Parlamento dovrà fare per il Quirinale, sulle contrapposte pulsioni prevalga la maggior condivisione possibile. L’Italia è un grande Paese che, lo abbiamo visto, nel momento del bisogno sa esprimere profili di caratura mondiale al posto giusto. Dobbiamo augurarci che tutte le forze politiche tengano conto di questo”.

L’orgoglio per la ripresa spinta dalla manifattura. Contro “il pregiudizio industriale”

La necessità di rilanciare il Patto per l’Italia parte dall’orgoglio per la ripresa spinta dalla manifattura. Una riflessione che Bonomi pone al centro della sua missiva perché, spiega, “il pregiudizio antindustriale in Italia fa parte di un diffusissimo habitus culturale che stenta a tramontare”. E invece ci sono i risultati: dopo il tracollo di oltre 40 punti percentuali a marzo-aprile 2020, la manifattura italiana non solo ha saputo recuperare stabilmente i livelli di attività precedenti allo scoppio della pandemia: è diventata uno dei principali motori della crescita industriale nell’Eurozona. “In Germania e Francia - scrive Bonomi - nonostante un calo meno drastico dei volumi di produzione nei mesi più critici del 2020, il pieno riassorbimento dello shock manifatturiero non si era ancora concretizzato a novembre 2021, con la produzione tedesca inferiore del 10% ai livelli pre-crisi e quella francese del 5%”. E la tendenza per il 2021 è di eguagliare o superare il record storico dell’export raggiunto nel 2017.

Ecco il testo integrale della lettera:

Care Colleghe e Colleghi,

colgo l’occasione dell’anno che volge al termine per indirizzare a ciascuno di voi e ai vostri cari i miei personali e migliori auguri di buone feste e per condividere qualche considerazione sul 2021, su ciò che abbiamo fatto e su quanto ci proponiamo per il 2022.

Quest’anno ci ha riservato qualche sorpresa positiva ma ci lascia anche con nuovi rischi da affrontare.

Un anno fa, ricorderete, le nostre preoccupazioni erano forti e manifeste.

Non ci convincevano modi e tempi con cui si stava lavorando al PNRR e trovavamo nella Legge di Bilancio per il 2021 tratti di una continuità che andava invece profondamente modificata. Dopo quasi 9 punti percentuali di PIL persi nel 2020 per i colpi della pandemia, e oltre 806mila occupati in meno rispetto al quarto trimestre del 2019, il rischio era quello di avere solo una timida ripresa.

Per una saggia decisione assunta dal Capo dello Stato, al manifestarsi di una crisi di Governo dopo tante tensioni politiche, i partiti sono stati chiamati ad un necessario sforzo di ampia convergenza. La guida del Governo è stata affidata a Mario Draghi che ha dato vita ad un Consiglio dei Ministri misto, di figure tecniche e politiche.

I risultati si sono visti molto rapidamente. Nel giro di poche settimane, poiché il PNRR era già all’esame del Parlamento e il termine per il suo inoltro in Europa stava venendo a scadenza, si è provveduto efficacemente ad una riscrittura che ha consentito di identificare con precisione le tappe intermedie dell’attuazione del Piano, come richiesto da Bruxelles, che prima mancavano, e sono state riscritte a fondo modalità e finalità delle riforme strutturali. Sono state, inoltre, indicate con chiarezza alcune priorità, prima assenti: dagli interventi per innalzare la produttività a quelli per estendere la concorrenza alle troppe aree della nostra economia nazionale ancora escluse dai suoi benefici effetti.

Il nuovo Governo ha affrontato l’emergenza COVID con una strategia orientata ai risultati: ha sciolto i nodi della precedente gestione commissariale; il nuovo commissario

- il Generale Figliuolo - ha instaurato un rapporto diretto, di continua ed effettiva cooperazione, con le Regioni e i corpi intermedi, a cominciare proprio dalle imprese; è stato accelerato con successo il processo vaccinale; è stato esteso l’ambito italiano di cooperazione europea su tutte le misure anti COVID, così come è accresciuto lo sforzo per aumentare le dosi a disposizione dei Paesi meno avanzati.

Altrettanto celermente, il prestigio e l’autorevolezza dell’Italia nei fori internazionali hanno raggiunto livelli ineguagliati da molti anni: dalla UE alla NATO, dal rapporto diretto con Berlino e Parigi, alla ben diversa considerazione che gli USA, con l’amministrazione Biden, hanno espresso all’Italia, fino al G20 a presidenza italiana che ha sostenuto il multilateralismo anche su dossier spinosi quali il ritiro USA e NATO dall’Afghanistan.

Gli effetti di questa triplice dose di fiducia somministrata dal Governo all’Italia si sono presto manifestati anche nell’economia: il secondo semestre dell’anno ci ha riservato successive correzioni al rialzo del Pil atteso per il 2021, fino a superare il +6%.

I riconoscimenti per l’operato del Governo, nella gestione anche economica dell’emergenza, sono divenuti da più parti espliciti. Dalle capitali come dalle Istituzioni europee, dal FMI all’OCSE, dagli organi d’informazione internazionali come l’Economist.

Abbiamo apprezzato questa rinnovata efficacia di Governo.

La ripresa dell’economia italiana ha infatti visto, ancora una volta, come protagonista la nostra manifattura. I risultati del 2021 sono nei numeri delle imprese e sono stati confermati nel sentiment positivo che ho unanimemente raccolto nelle numerose assemblee delle nostre Associazioni alle quali ho partecipato nel corso dell’intero anno.

Mi soffermo ancora una volta sul ruolo della manifattura perché, come sapete bene, non è ancora compreso né apprezzato dalla parte preponderante del dibattito pubblico italiano. Il pregiudizio antindustriale in Italia fa parte di un diffusissimo habitus culturale che stenta a tramontare.

Stenta a tramontare perché il dibattito pubblico italiano non si basa su numeri e fatti, e non ha colto l’essenziale novità affermatasi nella manifattura italiana negli ultimi 10 anni.

Nel post 2008 la crisi ha colpito industria e manifattura italiana con una durissima selezione darwiniana ma, dopo la seconda grande crisi del 2011, la lezione è stata appresa e messa a frutto dalle nostre imprese.

Dai dati del nostro Centro Studi abbiamo conferma che le imprese industriali italiane sono arrivate alla recessione tecnica che ha colpito l’Italia già prima del COVID e che è stata drammaticamente aggravata dalla pandemia, in condizioni strutturali del tutto diverse rispetto alle crisi precedenti: imprese meglio patrimonializzate, più innovative, molto più coinvolte, indipendentemente dalla loro dimensione, nelle catene globali del valore.

Mentre la Cina, che già dal 2018 è il primo produttore manifatturiero mondiale, nella pandemia ha registrato un ulteriore aumento di oltre due punti percentuali del valore aggiunto manifatturiero globale giungendo al 30,1 % nel 2020, la manifattura italiana ha difeso e consolidato il suo settimo posto a livello mondiale.

Dopo il tracollo di oltre 40 punti percentuali nel bimestre marzo-aprile 2020, la manifattura italiana non solo ha saputo recuperare stabilmente i livelli di attività precedenti allo scoppio della pandemia, ma è diventata uno dei principali motori della crescita industriale nell’Eurozona. In Germania e Francia, infatti, nonostante un calo meno drastico dei volumi di produzione nei mesi più critici del 2020, il pieno riassorbimento dello shock manifatturiero non si era ancora concretizzato a novembre 2021, con la produzione tedesca inferiore del 10% ai livelli pre-crisi e quella francese del 5%.

Il manifatturiero italiano ha intensificato significativamente la sua partecipazione alle catene globali del valore e della fornitura e la sua posizione intermedia, soprattutto nelle catene europee, ci ha finora preservato dalle grandi strozzature che stanno condizionando lo scenario produttivo internazionale negli ultimi trimestri.

Anche nelle nostre filiere la carenza di input e semilavorati è diventata fortissima, ma resta considerevolmente inferiore alla media europea (44,3%) che sale addirittura al 78% in alcuni settori della manifattura tedesca.

Per tutte queste ragioni, l’export della nostra manifattura, sia in termini di valore che di volumi, nel 2020 e 2021 ha registrato andamenti superiori a quelli francesi e tedeschi. Osservando in termini comparati quel che sta avvenendo, a premiare la nostra industria, rispetto ai partner europei, è stata la maggior competitività dovuta sia alle specializzazioni merceologiche, sia alle destinazioni geografiche. In questo vigoroso 2021 la tendenza è di eguagliare o superare il record storico di export italiano raggiunto nel 2017.

Questo successo non si spiega in termini di costi relativi del lavoro e tanto meno in vantaggi fiscali e amministrativi rispetto ai nostri concorrenti. Si spiega, invece, tenendo bene a mente gli andamenti della produttività: nel decennio pre-pandemia la manifattura italiana ha aumentato la sua produttività del 26%, mentre la Pubblica Amministrazione e i servizi, specie quelli professionali, hanno registrato una crescita stagnante o negativa. Il successo della manifattura non riesce ad evitare che la produttività generale del Paese rimanga ferma da 25 anni: il che significa bassa crescita, bassi redditi e povertà crescente degli italiani da una parte e dall’altra enormi rendite a favore di microsettori e piccole categorie ipertutelate dalla politica.

Questi numeri, che dovrebbero essere alla base del dibattito pubblico economico nazionale, sono i numeri che spiegano perché ogni “ripresina” italiana negli ultimi anni, così come il rimbalzo del 2021, siano sempre stati trainati dalla manifattura.

Ma così non è. Continua a prevalere la suggestione che l’impresa manifatturiera sia avida di profitti per i suoi soci, indifferente ai morti sul lavoro, geneticamente incline all’evasione fiscale: insomma un agente patogeno della società e non il primo motore della forza italiana nel mondo e della coesione sociale in Italia.

E prevale la volontà di non fare davvero i conti con decenni di errori nelle politiche pubbliche, che hanno disegnato un welfare con mille sovrapposizioni, che produce distorsioni e tutela sempre meno i giovani, le donne, i poveri assoluti.

Non è una tendenza odierna, perdura da decenni. Lo sappiamo benissimo.

Ma è proprio per questo che, sin dalla metà del 2020, abbiamo proposto incessantemente a tutti i partiti e tutte le forze sociali di intraprendere un grande sforzo di cooperazione, una vera convergenza nazionale, che di fronte ai colpi portati dal COVID e alle risorse straordinarie messe a disposizione dall’Europa, si confrontasse sulle vere priorità necessarie per invertire radicalmente la rotta.

Era questo il senso del Patto per l’Italia di cui abbiamo parlato per mesi.

Una convergenza sociale e politica analoga a quella che diverse volte, nella storia d‘Italia, è stata decisiva per ricostruire il Paese: nel secondo dopoguerra, per battere il terrorismo, per sconfiggere l’inflazione, per difendere la scelta di stare in Europa e nell’euro.

Una grande e comune assunzione di responsabilità e fiducia nazionale.

Uno schema che il Presidente del Consiglio ha ribadito anche nel corso della nostra Assemblea generale del settembre scorso, richiamando come solo relazioni industriali cooperative, basate sulla fiducia, consentano ai Paesi in difficoltà di ritrovare la via della crescita e della giustizia sociale.

Solo con una grande convergenza nazionale si potranno orientare le politiche fiscali, quelle del lavoro e di assistenza sociale alla costruzione di una comunità che sia veramente inclusiva. O si lavora insieme, modificando in maniera coerente e organica tutte queste leve, oppure l’effetto sulla crescita e la coesione sociale rischia di tornare minimale, con tassi di sviluppo inferiori al 2% annuo. Questo non ce lo possiamo permettere, anche in ragione dell’elevato debito pubblico, se non vogliamo condannarci a tassi di disoccupazione tre volte superiori a quelli della Germania.

Dobbiamo però essere sinceri con noi stessi.

Questo generoso sforzo di convergenza non è riuscito a decollare.

Gli effetti si sono visti subito: lo slancio iniziale ha preso a vacillare.

Ma l’insofferenza crescente dei partiti si è vista soprattutto nella prima Legge di Bilancio, che a nostro avviso avrebbe dovuto essere la prima del “ciclo PNRR”: invece di essere un mattone fondativo della svolta, ha guardato più al breve periodo, di interesse della politica, piuttosto che al medio periodo, d’interesse per la crescita.

I partiti hanno fissato alcune bandierine: miliardi per prepensionare, miliardi al reddito di cittadinanza senza alcuna riforma, malgrado il suo conclamato fallimento attestato dai numeri, e molte altre misure inidonee ad incidere durevolmente sulla crescita del Paese.

Il conto della maggior spesa corrente determinata in tal modo è stato presentato alle imprese: la soppressione del Patent Box, il più rapido calo pluriennale degli incentivi alla ricerca e all’innovazione, gli aggravi d’imposta dovuti al “dietrofront” sulla disciplina di riallineamento e rivalutazione dei beni immateriali d’impresa.

In aggiunta a tutto ciò, il Governo ha fissato in non oltre 8 miliardi l’ammontare degli sgravi tributari, delegando ai partiti la scelta su come ripartirli tra imposte e aliquote. Ne è derivata una microsforbiciata di 1 miliardo all’IRAP delle sole persone fisiche e una prima rimodulazione dell’IRPEF per 7 miliardi. Un intervento minimale se si considera che nel 2019 prepandemico il gettito dell’imposta è stato di circa 192 miliardi. A ciò è stato poi aggiunto un altro microinterventino da 1,5 miliardi di decontribuzione, abbassando l’aliquota a carico del lavoratore dall’8,9% all’8,05% per i soli redditi dipendenti fino a 35mila euro lordi.

A nulla è valso avanzare proposte alternative che, conti alla mano, sarebbero state più vantaggiose per i lavoratori e certamente più efficaci per la crescita del Paese: un paradosso incredibile.

Se avessimo utilizzato gli 8,5 miliardi per la sola riduzione del cuneo contributivo, come abbiamo sempre proposto, concentrato fino ai 35mila euro di reddito e ripartendo lo sgravio in modo da devolverlo per due terzi ai lavoratori e solo per un terzo alle imprese, gli effetti sarebbero stati questi: a 19mila euro di reddito lordo sarebbe corrisposto uno sgravio di 408 euro per il lavoratore e un risparmio contributivo per l’impresa di 282 euro rispetto ai 391 euro realizzati con le regole adottate attualmente, di cui 230 euro dovuti a minore IRPEF e 162 dovuti alla riduzione dei contributi previdenziali. All’aumentare del reddito, per i lavoratori la proposta di Confindustria sarebbe rimasta la più conveniente, rendendo i lavoratori più occupabili e migliorando la competitività delle imprese.

In particolare, a 24mila euro di reddito lordo, il lavoratore avrebbe ottenuto 515 euro, a fronte dei 302 di sgravi con le regole adottate; a 28mila euro, avrebbe ottenuto 601 euro, a fronte di 230 euro; a 35mila euro avrebbe ottenuto 751 euro anziché i 385 euro che otterrà dalla riforma operata. E questi maggiori sgravi sarebbero stati accompagnati anche da un vantaggio, di minore entità, per le imprese.

Un paradosso che viene ben evidenziato dall’intera tabella della comparazione elaborata dal nostro Centro Studi.

Il paradosso aggiuntivo è stato quello di vedere CGIL e UIL dichiarare lo sciopero generale.

L’esatto opposto della grande convergenza che servirebbe, come invece ha colto la CISL.

Non abbiamo alimentato polemiche sullo sciopero. Ci siamo limitati ad esprimere una grande amarezza. Il resto lo hanno fatto gli Italiani, che in massa non vi hanno aderito.

Anche in questo caso le premesse per un metodo diverso c’erano: le ponemmo, tutti insieme, con i protocolli sulla sicurezza del lavoro che hanno consentito alle nostre produzioni di non rallentare e di proseguire in totale sicurezza.

Quando l’evoluzione della pandemia ha iniziato a porre il tema dell’accelerazione dei vaccini, parte del sindacato ha raffreddato la via della condivisione con l’impresa.

Siamo giunti, non senza fatica, all’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro che vede le imprese addette al controllo. E non si è verificata alcuna insurrezione sociale: perché gli Italiani hanno mostrato di essere responsabili, continuando a indicare non la via del conflitto ma quella della pazienza e della costruzione dal basso di fiducia e di soluzioni comuni.

Posizioni ideologizzate non hanno consentito il confronto costruttivo che avremmo desiderato. Così, ad esempio, su nuove politiche del lavoro, basate non più solo sugli inefficienti Centri Pubblici per l’impego, ma anche su un ammortizzatore universale che avvii a formazione e ricollocazione i lavoratori con chi è davvero capace di assolvere queste funzioni al meglio: le Agenzie per il lavoro.

Il sindacato, al momento, ha rifiutato di confrontarsi anche sulla nostra proposta in materia di sicurezza sul lavoro: organizzare in ogni impresa un comitato paritetico che funga da organo garante delle tutele e di chi segnala malfunzionamenti dei dispositivi di sicurezza della produzione. Perché rimaniamo convinti che le morti sul lavoro vadano evitate con ogni mezzo e non ci possiamo accontentare di veder inutilmente sanzionata un’impresa a tragedia accaduta.

Con un’azione decisa protratta per mesi, abbiamo almeno evitato che l’annunciato intervento “anti delocalizzazioni” per imprese con oltre 250 dipendenti assumesse contorni peggiori degli attuali, tanto era spropositata l’entità delle sanzioni cui si pensava.

E se volessimo realmente parlare di delocalizzazioni, come hanno fatto per mesi i partiti, i sindacati e i media, scopriremmo che quelle delle imprese italiane sono scese di due terzi rispetto ai primi anni Duemila. Il nostro Centro Studi, con un’analisi realizzata con il gruppo di ricerca RE4IT, ha stimato che il fenomeno backshoring, cioè di rientro in Italia di produzioni precedentemente esternalizzate, non è affatto marginale ma ha riguardato nell’ultimo quinquennio il 23% di chi era andato a produrre all’estero.

Resta però la convinzione diffusa che si possa, con un decreto, proibire a un’impresa di chiudere. Senza pensare all’effetto che tutto questo esercita sugli investimenti in Italia che dovremmo attirare in maniera molto più significativa e non scoraggiarli con barriere e vincoli.

Abbiamo vissuto una comunicazione distorta e fuorviante anche in occasione dell’annunciato sblocco dei licenziamenti, che in molti blandivano come una tempesta in procinto di abbattersi sul Paese. Quell’ondata di licenziamenti - nell’ordine di 1 o 2 milioni di dipendenti, come molti dicevano - semplicemente non c’è stata. Le nuove assunzioni sono continuate. Il 20 dicembre scorso l’ISTAT l’ha confermato: 688mila posti di lavoro aggiunti rispetto al terzo trimestre del 2020, in tutti i settori di attività economica ad eccezione di quello agricolo. E occorre sottolineare, ancora una volta, che se le imprese industriali oggi hanno un problema legato al lavoro, si tratta della mancanza di migliaia e migliaia di profili formati, che vorrebbero assumere e non certo licenziare.

Ma tutto questo non ci ha scoraggiati. Continueremo a batterci perché lo spirito di responsabilità prevalga.

E ad augurarci che, innanzitutto, tra poche settimane, nella scelta che il Parlamento dovrà fare per il Quirinale, sulle contrapposte pulsioni prevalga la maggior condivisione possibile.

L’Italia è un grande Paese che, lo abbiamo visto, nel momento del bisogno sa esprimere profili di caratura mondiale al posto giusto. Dobbiamo augurarci che tutte le forze politiche tengano conto di questo.

Anche quest’anno si chiuderà adombrato da grandi preoccupazioni internazionali.

Mi riferisco, innanzitutto, all’andamento dei prezzi dell’energia e delle commodities, abbinato al quadro degli accelerati impegni sul fronte della transizione energetica e ambientale, che nei prossimi mesi spetterà al Consiglio Europeo esaminare, rispetto alle proposte avanzate a luglio scorso dalla Commissione UE con il suo pacchetto “Fit for 55”.

Nelle ultime settimane l’incremento del prezzo del gas è stato del 370% rispetto ad inizio anno. Pesa la sospensione degli investimenti sul gas intervenuta nell’ultimo biennio a seguito dei nuovi obiettivi di riduzione della CO2; pesano i fattori geopolitici, a cominciare dal rapporto tra Europa e Russia, ma pesa anche l’aumento programmatico del costo unitario dell’energia da fonti fossili attraverso il mercato ETS.

Confindustria ha avviato da mesi un confronto tra i settori produttivi più duramente colpiti dagli aggravi di prezzo, nel tentativo di realizzare incontri operativi con il Governo.

Quel che deve essere chiaro a tutti è che interventi tampone, principalmente a vantaggio delle sole utenze residenziali non risolveranno affatto il problema, che si abbatte anche sulle filiere industriali, con il rischio di impatti devastanti sui conti e addirittura sulla continuità produttiva.

Dovrebbe essere più che mai chiaro a tutti che il gas è una fonte necessaria proprio nella transizione alle rinnovabili. E per questo occorrerebbe sbloccare l’estrazione di risorse aggiuntive di gas italiane, in modo da raddoppiarne agevolmente la produzione attuale, fino a un terzo e oltre dei consumi industriali annuali. Servirebbero misure europee per la realizzazione di un vero mercato comune del gas, attraverso la costituzione anche di una riserva strategica che oggi, in realtà, non esiste a disposizione dei governi, ma vive di soli meccanismi di conferimenti privati che restano a disposizione di chi li fa.

Germania e Francia hanno già adottato misure di contenimento dei costi per le filiere industriali che in Italia ancora mancano.

Analogo sforzo stiamo conducendo per il settore dell’automotive, che rischia impatti catastrofici per l’adozione di un divieto temporalmente ravvicinato ai motori endotermici, come quello annunciato dal Comitato Interministeriale per la transizione energetica.

Senza un accompagnamento adeguato, la filiera italiana dell’automotive rischia di esser distrutta, con effetti negativi non solo su centinaia di imprese ma su tutti i loro occupati. Il tema riguarda l’intera industria europea dell’auto e come tale va portato al centro della discussione nel Consiglio UE.

Anche su questi profili abbiamo elaborato proposte insieme a MEDEF e BDI, le rappresentanze industriali di Francia e Germania, con cui abbiamo infittito un proficuo dialogo in questi 18 mesi.

Il 2022 ci pone davanti sfide a forte impatto economico anche per effetto delle scelte che l’Europa è chiamata a compiere. È l’anno in cui si porranno le basi per la nuova versione del Patto di Stabilità e in cui dovrebbero essere ripristinate le regole ordinarie in materia di aiuti di Stato. Ed è, insieme, l’anno in cui inizierà la messa in atto delle politiche di rientro, da parte delle maggiori banche centrali, rispetto alle misure straordinarie assunte in pandemia.

La Federal Reserve ha preannunciato un progressivo rialzo dei tassi di interesse a partire dal 2022, avviando un rapido rientro del suo Quantitative Easing. Il rientro degli acquisti straordinari di titoli sui mercati secondari da parte della BCE, la vera grande stampella al debito pubblico italiano in questi due ultimi anni, inizierà come previsto a marzo prossimo.

Tutto questo dovrebbe spingere il sistema politico e le parti sociali a comprendere che il problema per un Paese come l’Italia non è solo quello di sfruttare al meglio i circa 40 miliardi in 5 anni che derivano dal Next Generation EU, ma che serve una revisione accurata dei 900 miliardi di spesa corrente annuali riallocandone le destinazioni in una logica che privilegi la crescita del PIL potenziale e la giustizia sociale, non la difesa dell’esistente.

L’era del debito fuori controllo, senza effetti sulla sostenibilità di chi lo contrae, si avvia a conclusione. Non averne tenuto conto ha portato l’Italia, dagli anni Settanta in poi, più volte vicina al tracollo e costretta a prestiti straordinari che certificavano la nostra debolezza.

Presto vedremo la Francia cosa sceglierà alle urne. Ma intanto la Germania ha un Governo di convergenza il cui programma a sostegno di un’Europa cooperativa è un vantaggio da cogliere, rafforzando ancor più i recenti legami stretti proprio con Francia e Germania.

Malgrado tutto, noi restiamo ottimisti.

L’Italia ha oggi nella sua industria una base più forte di quanto sia avvenuto in molte crisi nei decenni alle nostre spalle.

E questo nostro successo vogliamo condividerlo con l’intero Paese, realizzando anni e anni di crescita a tasso tale da essere comparabile con quello della ricostruzione italiana avviata da De Gasperi.

Sulla possibilità e necessità di riuscirci, non abbiamo dubbi.

Se qualcosa ci ha insegnato questo biennio di pandemia, che ancora non è finita e anzi rialza il livello della sua minaccia con nuove varianti e nuove chiusure in Paesi europei, è che, come Confindustria, dobbiamo affrontare tutte le vecchie e nuove sfide con un grande senso di compattezza e condivisione, innanzitutto al nostro interno.

È la missione primaria che considero assegnata alla mia presidenza, un quotidiano esercizio di ascolto nei confronti di voi tutti e un miglioramento dei nostri strumenti interni di compartecipazione a proposte e decisioni. Non è un caso se abbiamo destinato al coordinamento delle proposte delle nostre territoriali del Mezzogiorno uno sforzo straordinario rispetto al passato, più che mai necessario per i gap di sviluppo e reddito in quei territori, e alla peggior condizione delle locali pubbliche amministrazioni, per poter davvero efficacemente scaricare a terra i progetti del PNRR e le relative risorse.

Tutti insieme, uniti, ce la faremo.

Questa è la mia fiducia e il mio augurio per tutti voi per un felice anno nuovo.

Voglio farvi questo augurio con le parole scritte da Mario Draghi nell’introduzione a un volume della Collana Storica della Banca d’Italia, edito nel 2010 e dedicato a Luigi Einaudi: libertà economica e coesione sociale.

Scriveva Draghi:

Fra le risorse dell’Italia, Einaudi annoverava la laboriosità, lo spirito di iniziativa e l’emulazione, sia negli imprenditori, sia negli operai. Delle leghe operaie apprezzava la capacità di difendere i diritti, di essere luogo di identificazione sociale, dove trovavano espressione l’orgoglio per il mestiere e la volontà di miglioramento. Ma Einaudi diventava subito sospettoso nei confronti delle leghe, operaie e imprenditoriali, se difendevano privilegi, vantaggi esclusivi, favori di Stato. Per Einaudi la concorrenza – fra persone, idee, operatori di mercato, classi sociali – genera progresso. Fu anche però consapevole che questa forza, lasciata sola, rischia di degenerare in oligopolio, oppure di strappare il tessuto della società. Non fu un seguace del darwinismo sociale. Apprezzò e valorizzò le istituzioni, i corpi intermedi fra l’individuo e lo Stato. Sono, nella sua visione, antidoti ai mali insiti nella società di massa; palestre dove ci si educa all’organizzazione e alla direzione. Il governo dei corpi intermedi è per Einaudi la miglior scuola per la formazione della classe dirigente nazionale”.

Corpi intermedi della società che lavorino per l’interesse del Paese, scuole di classe dirigente.

Credo che le parole di Draghi ed Einaudi siano il miglior augurio e l’impegno comune per noi tutti.

Un caro saluto a Voi e alla Vostre famiglie.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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