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Quanto costano all'economia italiana le sanzioni alla Russia

Quanto costano all'economia italiana le sanzioni alla Russia

E' un botta e risposta. Ad ogni sanzione che l'Italia lancia alla Russia, Putin risponde con misure più restrittive sui prodotti con marchio made in Italy da depennare dalla lista delle esportazioni.


Se la crisi russa-ucraina miete le sue vittime, qui attacca l'economia nazionale. "Quanto ci costa Vladmir Putin", intitola L'Espresso, perchè è anche di altre cifre che bisogna parlare quando si affronta l'argomento.
Una cifra che, secondo recenti stime, si aggira attualmente intorno ai 2,4 miliardi di euro di prodotti non venduti, appartenenti a più categorie di settore, dal lusso all'agroalimentare.


Ad un mese dall'embargo russo - deciso dal primo ministro Putin lo scorso 6 agosto con lo stop alle esportazioni di pasta, carni e ortofrutta - si fanno i primi conti. La Coldiretti stimò un danno di circa 217 milioni, suddivisi in: ortofrutta (72 milioni), pasta (50 milioni)  e carni (61 milioni) ed altre 51 categorie che l'anno scorso sostenevano egregiamente l'economia italiana. Categorie che si aggiungevano ad un altro stop,  risalente a gennaio 2014 di carne suina europea, bloccata alla frontiera dalla Russia, violando le regole sugli scambi del Wto.
Poi, verso la fine di agosto, è seguito lo stop delle esportazioni dalla Russia delle pelli conciate di bovini ed equini senza pelliccia, le cosidette "wet blue”. Un fermo che andrebbe a sottrarre all'Italia circa 74 milioni di euro (stime 2013), visto che la Russia è il quarto paese esportatore di pelli semilavorare nel nostro paese.


Ma non finisce qui. Perchè Mosca è pronta all'embargo serrato, se in Consiglio europeo si dovesse decidere per nuove sanzioni - previste per mercoledì 10 settembre - con una perdita di circa 10 miliardi di euro per l'economia italiana. Una somma che proviene dall'esportazione di macchinari, semilavorati (come prodotti chimici, plastiche), prodotti agroalimentari, veicoli, moda e arredamento, settori questi ultimi che classificano l'Italia come secondo fornitore (in moda ed accessori, ad esempio, l'Italia ricava dall'export intorno ai 935 milioni).
"Questa crisi alla frontiera dell'Europa certamente non aiuta la ripresa - spiega il sottosegretario agli Affari Europei Gozi - ma di fronte ad una escalation inaccettabile come questa dobbiamo dare delle risposte".


Esportazione, ma anche importazione: i dati dell'ICE (Istituto per il Commercio Estero) hanno riferito che nel 2013 l'Italia ha acquistato dalla Russia per 16 miliardi di euro, costituendo il quarto cliente con una quota del 7,3%, per un interscambio di 26,4 miliardi di euro.
La situazione sempre più difficile fa prevalere negli economisti italiani l'idea di uno scenario più pessimistico, rispetto ad uno "stabile" auspicato un mese fa, dove l'escalation del conflitto e delle ritorsioni porterà ad una perdita totale per l'export italiano di 2,4 miliardi di euro.
Mentre l'Italia trema, Putin pare non aver paura, avendo trovato già molti paesi "rimpiazzatori": Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Cile, Cina, Egitto, Israele, Marocco, Sudafrica, Tagikistan, Turchia e Uzbekistan sono gli Stati ai quali la Russia chiederà la fornitura di prodotti agricoli. C'è anche la Svizzera nell'elenco, che essendo rimasta neutrale e non avendo aderito pienamente alle sanzioni, è ancora considerato Stato "amico" di Putin.


Il "Corridoio verde", nome del protocollo firmato nel 2013 da Mosca e Roma per velocizzare le procedure doganali tra i due paesi, creando una corsia preferenziale per l'economia italiana, potrebbe chiudersi. Ma il vero problema sarebbe la chiusura dei rubinetti energetici. Non usa mezzi termini Davide Tabarelli, numero uno di Nomisma Energia,  intervistato per L'Espresso: lo stop alle forniture di gas per più di dieci giorni provocherebbe  "un disastro". L'Italia è il paese che più dipende dalla Russia per la produzione di elettricità, con un quarto dell'import di gas che arriva direttamente da Mosca. Anche se questo è uno scenario più improbabile, data la doppia dipendenza: le vendite di gas rappresentano per le casse russe l'8 per cento del PIL.

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