Sanità, aumenta il divario tra Nord e Sud

I risultati della Commissione parlamentare sugli errori in campo sanitario offrono un quadro desolante, soprattutto per quel che riguarda gli ospedali del Mezzogiorno

I casi di inefficienza e negligenza nella sanità italiana riguardano soprattutto il sud e non dipendono dalla quantità di risorse spese per il settore.

E’ quanto emerge dall’ultima relazione elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi regionali. Il primo dato che salta agli occhi è legato al costo del personale, che aumenta in maniera progressiva e costante andando da nord a sud. La Sicilia, per esempio, evidenzia un numero di medici ogni dieci posti letto che è il doppio di quelli utilizzati in Friuli Venezia Giulia. “E’ chiaro che se per far funzionare lo stesso numero di posti letto ci sono realtà regionali che utilizzano risorse umane doppie, ciò non potrà che fra lievitare in maniera esorbitante la spesa sanitaria senza aggiungere  nulla ad appropriatezza ed efficacia delle cure”, ha osservato con amarezza l’onorevole Antonio Palagiano, presidente della commissione.

Emerge quindi il quadro di un Paese diviso, caratterizzato da una sanità assolutamente disomogenea. Uno scarto reso ancor più evidente sulla base della differenza dei dati relativi alle diverse procure in relazione alla percentuale di indagini per omicidio colposo nei confronti dei medici: i tassi più alti si riscontrano nel Mezzogiorno, con Reggio Calabria che raggiunge addirittura il 36,11%. L’analisi mostra poi che i procedimenti per lesioni colpose e per omicidio colposo, riferibili alla gravidanza e al parto, risultano superiori alla media nazionale soltanto nelle aree del sud, con prevalenza delle regioni Campania e Calabria.

Questo dato è bilanciato – purtroppo solo parzialmente – da alcune eccellenze (sinistri inferiori alla media nazionale) come Bari, Caltanissetta, L’Aquila e Lecce. Nel periodo preso in esame – cioè il triennio 2009-2012 – il triste primato dei decessi per presunti errori spetta alla Calabria (71), a seguire la Sicilia (49), poi Campania e Lazio con 21. “Un’Italia federale non può essere un Paese che vede garantito il diritto alla salute in modo diversa da Regione a Regione – ha constatato Palagiano – Di fronte alle sfide che il federalismo ci prospetta, il primo, imprescindibile, punto da cui partire è la necessità di garantire a ogni cittadino italiano pari accesso alle cure”.

Lo studio segnala poi l’importanza di un completamento – presso tutte le strutture – del Simes, cioè il Sistema per il monitoraggio degli errori in sanità che avrebbe dovuto essere definito entro fine 2011, ma che risulta per gran parte incompiuto. La commissione osserva infatti che il sistema potrebbe fornire gli elementi utili a ridurre il numero e l’incidenza di incidenti ed errori, arginando il fenomeno delle morti evitabili.

La maggior quantità di eventi avversi è legato al parto: una segnalazione su cinque riguarda episodi verificatisi prima, dopo o durante l’intervento. Queste situazioni si verificano più spesso nel Meridione: su 104 episodi di malpractices avvenuta al momento della nascita, la metà è concentrata tra Sicilia e Calabria, seguite da Campania e Puglia.

Nel complesso, altro grosso nervo scoperto è rappresentato dal debito pregresso che, secondo la commissione, “mette a rischio i requisiti minimi dei livelli essenziali di assistenza e di appropriatezza delle prestazioni sanitarie”. Nei bilanci regionali infatti quasi tutte le voci indicano profili di estrema criticità: “gestione del personale, contenzioso, attività di staff, amministrazione e formazione, spesa farmaceutica, acquisizione di beni e servizi tramite appaltatori o soggetti in rapporto di accreditamento”. La pesante riduzione delle risorse umane che si è registrata negli ultimi anni, come conseguenza del blocco del turn over, ha prodotto enormi criticità per la garanzia dei livelli minimi di assistenza e anche per quanto concerne il peso economico esercitato dal continuo ricorso agli straordinari. “Le pesanti disfunzioni e diseconomie rilevate – sottolinea la commissione – dovrebbero quindi indurre il legislatore a inserire nella normativa almeno una limitata deroga per posizioni indispensabili del personale interno”.