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Delisting Atlantia riaccende riflettori su stato salute Piazza Affari

Il logo Atlantia a Roma

di Elisa Anzolin

MILANO (Reuters) - La prossima uscita di Atlantia da Piazza Affari sottrarrà alla capitalizzazione del mercato altri 19 miliardi e porterà a 12 il numero di delisting da inizio gennaio, alimentando i timori sullo stato di salute della borsa milanese.

I legislatori e le autorità di mercato stanno provando a invertire la rotta e rafforzare la posizione di Borsa Italiana, fondata oltre 200 anni fa.

Barbara Lunghi, responsabile delle quotazioni in Italia per Euronext, ritiene che essere un'azienda quotata, con gli adempimenti che ne conseguono e la presenza di investitori esterni, spinga le imprese a innovare e a svilupparsi.

"Dà alle aziende quella marcia in più che le aiuta nella crescita", ha detto Lunghi.

Ma il problema dello scarso numero di aziende quotate in Italia ha radici profonde: molte aziende a conduzione familiare non sono disposte a cedere il controllo e non pensano a una quotazione a meno che non abbiano bisogno di liquidità per M&A o altre strategie di espansione.

Nei mesi scorsi la Consob ha approvato una serie di misure per semplificare le procedure di approvazione dei prospetti e ha dato il via libera alla redazione anche in inglese.

Anche Borsa Italiana ha apportato alcune modifiche ai propri regolamenti per facilitare le quotazioni.

A marzo il governo aveva iniziato a studiare un intervento legislativo più ampio per affrontare i problemi che frenano i mercati dei capitali, ma il processo è stato congelato da un cambio di esecutivo dopo la vittoria della coalizione di destra alle elezioni di fine settembre.

ESODO DA MILANO

Da inizio gennaio 11 società hanno abbandonato Euronext Milan, inclusa la holding della famiglia Agnelli, Exor, che quest'estate si è trasferita alla borsa di Amsterdam dove già aveva la sede legale.

A seguito dell'esito positivo dell'Opa di Edizione e Blackstone, anche Atlantia sarà delistata.

Nei prossimi mesi dovrebbe seguire la stessa strada Autogrill dopo la fusione con la svizzera Dufry, mentre il destino del produttore di calzature Tod's rimane incerto dopo il fallimento di un'offerta di acquisto da parte del principale azionista DeVa Finance.

Anche Cnh Industrial, quotata sia a Milano che a New York, sta valutando la possibilità di porre fine al dual listing e di concentrarsi sulla Borsa di New York.

La riduzione del numero di società quotate è una tendenza più ampia e condivisa da molte borse europee, in quanto i prezzi bassi e la disponibilità di denaro a basso costo hanno reso convenienti i delisting.

POCHI NUOVI ARRIVI

A fronte dei numerosi delisting, ci sono state solo quattro Ipo quest'anno sul mercato regolamentato, inclusa la quotazione di Iveco, che però deriva da uno spin off. A queste si aggiungono altre due società, che sono passate dal più piccolo Euronext Growth Milan al mercato principale.

La situazione è diversa se si guarda proprio all'Euronext Growth Milan, mercato dedicato alle piccole e medie imprese con requisiti minimi di accesso. Nel 2022 ha contato 18 nuove quotazioni, ma la capitalizzazione complessiva del mercato resta molto bassa.

La scarsità di Ipo italiane è un problema di lunga data.

Negli ultimi 20 anni, il mercato principale ha perso 268 società quotate e ne ha guadagnate solo 185, in base a una ricerca di Intermonte pubblicata a marzo. Al contrario, il mercato delle Pmi, meno regolamentato, ha attirato 263 società quotate e ha visto 68 delisting.

Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte, spiega a Reuters che le ragioni che trattengono le aziende dal quotarsi sono da ricercarsi nelle dimensioni ridotte di molte società, nella struttura finanziaria sbilanciata verso l'indebitamento bancario, in governance spesso familiari o comunque poco inclini ad aprirsi al mercato. A questo si aggiunge la concorrenza di investitori alternativi come i private equity e anche un tema culturale.

QUESTIONE CULTURALE

Il fatto che ci siano relativamente poche società quotate in borsa ha radici storiche, secondo Andrea Beltratti, professore di Economia politica all'Università Bocconi di Milano.

"Dal un lato, la domanda di asset finanziari ed equity non è mai stata forte nella cultura italiana", ha spiegato Beltratti, aggiungendo che negli ultimi vent'anni il mercato azionario quasi statico e la debole performance dell'economia non hanno aiutato.

"Dal lato dell'offerta, la forte presenza di banche e altri intermediari finanziari hanno sostituito i mercati, al contrario di quanto accadeva nelle economie anglosassoni ad esempio", ha aggiunto.

Beltratti ha quindi spiegato che se da un lato la quotazione porta benefici reputazionali e rende più facile reperire capitali, dall'altro ci sono anche costi legati alla regolamentazione, alla necessità di trasparenza e alle tante interlocuzioni con gli investitori da tenere in considerazione.

"Non credo che questi problemi possano essere risolti in mesi o addirittura anni, perché si tratta di una questione culturale", ha aggiunto Beltratti.

(Tradotto da Enrico Sciacovelli, editing Sabina Suzzi)